Lo storico bar promosso a bene artistico

Dallo scorso 12 ottobre l’Antico Caffè Tettamanzi, storico locale del corso Garibaldi, è ufficialmente considerato «di interesse culturale, storico e artistico». Il decreto della Commissione regionale ministeriale dei Beni e delle attività culturali e del turismo è datato 12 ottobre è è stato emesso su istanza presentata dalle sorelle Giovanna Maria e Paola Murgia, proprietarie dell’immobile hanno sollecitato un atto che, oltre al riconoscere il valore storico e culturale, preserva il locale sottoponendolo a tutte le disposizioni di tutela previsti per i beni artistici. Un passaggio fondamentale particolarmente caldeggiato dal gesto Gianfranco Canneddu che ha fatto del locale un cenacolo culturale con una serie di iniziative e in particolare con i martedì letterari curati dal giornalista Angelo Altea che ha seguito personalmente la pratica per il riconoscimento ministeriale. Il locale, originariamente conosciuto come il “Caffè della Posta” è stato aperto oltre 140 anni fa da Antonio Tettamanzi, un abile artigiano ebanista arrivato da Palestro (provincia di Pavia) alla metà dell’Ottocento per decorare la costruendo cattedrale di Santa Maria della Neve. L’abilità artistica dei Tettamanzi si è riversata anche nel locale, come dimostrano le decorazioni perfettamente conservate, entrando a pieno diritto nella storia cittadina e da ricordare con le parole dello scrittore Antonio Nani di passaggio a Nuoro nel 1892: «Nella sua gioventù egli doveva essere un’artista di vaglia, poiché eseguì egli stesso tutti gli arredi interni della bottega con una maestria e una grazia veramente ingegnosa e originale… Nel suo nuovo mestiere il Tettamanzi fece molti quattrini, comperò case e tanche e ora, vecchio, porta ancora in giro per il caffè la sua lunga persona allampanata e bonaria».

Il Caffè Tettamanzi è conosciuto anche come il bar de “Il Giorno del giudizio”, cuore di quella Nuoro citata nel romanzo di Salvatore Satta imperniato su «quei signori sfaccendati che sedevano ai tavoli del caffè come esercitando un loro diritto di casta, il diritto di non fa niente». Così descrive Satta il Tettamanzi: «Era un caffè grazioso, con piccole salette ornate di divani rosso come, salvando il rispetto, i caffè di Venezia». Anche Grazia Deledda parla nei suoi romanzi del locale («Lungo la via Maggiore c’è il caffè con le porte vetrate e, dentro gli specchi e i divani…», Cosima).

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