L’incredibile bufala del Satta fascista

Massimo Mila, responsabile della redazione torinese della Einaudi nel 1946 per motivare il rifiuto della casa editrice di pubblicare il De profundis aveva apostrofato Salvatore Satta come “il tipico assente”, “estraneo alla lotta antifascista”, ma mai lo definì “fascista”. Sergio Luzzatto invece, senza tentennamenti, dà al giurista-scrittore della “vecchia camicia nera”. «Pochi documenti – scrive il giovane storico di successo nel suo libro Il corpo del duce (1998) – testimoniano (a fondamento dell’ottica con cui leggere il De profundis e in particolare “la morte della patria”) meglio di una lettera, quella che il grande giurista sardo, ha indirizzato al conterraneo Antonio Segni, allora presidente della Repubblica, nel marzo del 1956».
Ciò che non osò Mila, potè Luzzatto. L’oggetto di quella missiva, secondo lo storico: «Convincere il presidente a ordinare che la salma dell’uomo (il duce) calpesto e deriso con vilipendio venisse finalmente restituita al pianto dei figli e della diletta consorte ». Insomma una implorazione in nome dei tanti meriti personali (“vecchia camicia nera”, “fante tra i fanti”, “aver combattuto nelle medesime trincee e versato il sangue per la stessa patria”), ma soprattutto della carità cristiana, perché la salma fosse tumulata nella tomba adeguatamente allestita a Predappio.
Grande sconcerto e reazioni varie a così grossolane e assurde affermazioni. Ne demmo notizia e protesta anche sui quotidiani isolani nel giugno 2003, (personalmente su L’Unione Sarda e insieme a Paolo Merlini ne La Nuova Sardegna), ma la famiglia Satta fu particolarmente amareggiata anche dalla presentazione del libro di Elena Aga Rossi ne Il Sole 24Ore (supplemento domenicale) da parte di Piero Craveri, il quale, richiamando “la morte della patria”, si avventurava in sottolineature veramente sprovvedute: «Quella espressione (morte della patria) è di Salvatore Satta che fu “fascista della prima e dell’ultima ora” (virgolette mie), e per lui non poteva designare che la morte della patria fascista». Luigi (Gino) Satta, figlio dello scrittore, protesta prima con Craveri, il quale riferisce, come fonte del suo giudizio, la lettera del ’56, consultabile a Palazzo Chigi, citata da Luzzatto.
Il seguito è veramente sconcertante. L’autore di quella lettera a Segni è un Salvatore Satta, veramente avvocato, veramente sardo… ma poi “della mia e sua terra di Sassari”, quindi nato a Sassari (e non a Nuoro); residente a Napoli in via Chiatamone 7 (e non alla Genova del nostro in quel periodo); all’anagrafe di Napoli, il Satta- bis risulta inoltre più grande di alcuni anni. Inoltre il nuorese non ha fatto il militare (“fante tra i fanti”). Bastava un controllo alla portata di ragazzi da scuola media. Non ci sarebbe voluta neppure una grande competenza nel disconoscerne la grafia: ricca di svolazzi e di ricami quella dell’alias, contro la scrittura minuta e quasi illeggibile del Satta autentico. Non parliamo della retorica dei contenuti (È Pasqua. Pax Vobiscum. La pace deve scendere come un balsamo…), più vicini al peggiore trionfante epigono dannunziano che all’asciutto tacitiano concettualizzare del nostro scrittore.

Insomma, una bufala vera e propria e non proprio da storici scrupolosi. Comunque mendace e offensiva, al punto che Gino Satta ne reclamasse scuse e ritrattazioni pubbliche. Inutilmente. Nel bagaglio di uno storico il figlio di Salvatore, come chiunque, pensava ci fosse di rigore anche l’attrezzatura per riparare i possibili errori. Qui solo arroganza. Fino al punto che per telefono Gino si è sentito rispondere da Luzzatto che il padre probabilmente, nello scrivere la lettera da Napoli «avrebbe alterato la sua grafia». Incredibile e indegno. Intervenendo ad un convegno, lo stesso Gino concludeva: «Ciò dimostra solo che sia Luzzatto che Craveri il De profundis non lo hanno mai letto». Parlando sconsolato di pseudo-storici che «invece di dedurre le loro conclusioni dalle fonti attendibili, piegano le fonti a sostegno dei loro pregiudizi». Ma c’è un seguito. Invece delle scuse, Luzzatto rilancia nuove accuse, alludendo ad altre prove da esibire come quella che attesta aver insegnato, il giurista, “Storia e dottrina del fascismo” nel 1938 a Padova.
Alla vicenda accademica di Satta, raccontando tutt’altra storia, dedicheremo una prossima apposita riflessione, intanto nella vita di Salvatore Satta per rendere giustizia allo scrittore bollato ingiustamente come fascista, non si può tralasciare come ininfluente il travaglio affettivo che il giovane professore stava vivendo nella famiglia di provenienza. Per Natale e fine anno ritornava a Nuoro e insieme ai problemi di una grande famiglia che si disuniva sempre più, riemergevano i rimorsi sparsi nella sua opera più famosa, Il giorno del giudizio: “il rifiuto del viatico” ( Il rifiuto di un atto d’amore. Il figlio l’avrebbe capito molti anni dopo, lo avrebbe ricordato tutta la vita, cap. XVI) più volte ricorrente negli scritti come una fissazione dolorosa; e più in generale il trattamento dei fratelli riservato alla madre, e soprattutto suo, da parte di quel figlio lontanissimo, anzi più lontano di quelli che la diaspora aveva seminato nel continente. Macerata dalla solitudine, lo chiamava a gran voce dieci volte al giorno dal seggiolone sotto la pergola. E lui non rispondeva neppure, o si mostrava infastidito (cap. XX).

Inoltre non si può nascondere in parentesi, altresì, la famiglia propria che in quel periodo si accingeva a formare. Durante i primi mesi del 1938 conosce Laura, ma proprio quando si dichiarano, Salvatore ha paura di non essere capace di amare. Una crisi affettiva e di identità manifestata alla fidanzata: due lettere inquietanti da Genova – 20 e 22 aprile del ’39 –, una settimana prima del matrimonio, dove Bob (suo diminutivo familiare), la madre e Laura si incontrano drammaticamente in un groviglio sentimentale che intitola “Caino”. E Caino è «un povero Bob che uccide i doni della vita per una triste eredità materna». Il canovaccio di un romanzo, dove Caino è proprio lui. E ciò a pochi giorni dal matrimonio (3 maggio del 1939). Il 2 febbraio del ’40, nasce il primo figlio Filippo. Poi fuga, con moglie e figlio, dai bombardamenti di Genova, per ripararsi nelle campagne di Fontanellato, in provincia di Parma dove il 4 giugno del ’43 nasce il secondogenito, Gino. Poi altro trasferimento da sfollato, nella casa di campagna del suocero a Pieris d’Isonzo non lontano da Trieste. Forse il vero senso del sentirsi sospeso davanti alla difficoltà del nudo esistere stesso sta proprio qui. I due anni di guerra successivi saranno quelli decisivi per la sua consistenza affettiva: andrà sfollato, peregrinando, sotto i bombardamenti, fra la Liguria, l’Emilia e il Friuli, con la giovane moglie e due bambini in fasce alla ricerca di un minimo di scurezza sia fisica che affettiva.
Tornando, infine, al soggetto di queste righe, mi sembra opportuno riferire una postilla. Luzzatto torna ancora all’attacco nella Introduzione al recente libro di Angelo Ventura Il fascismo e gli ebrei. Potenza del pregiudizio. Anche un certo Agostino di Ippona ha scritto le sue Retractationes. E forse anche per quello è ancora uno dei filosofi più pubblicati e più letti al mondo. Ma si tratta di altri uomini e di un altro mondo. (3. Continua)

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