Libertà di culto e la mezzanotte

Quando faccio il presepio, da subito ci metto il bambinello; e se qualcuno osserva «Non è ancora nato, non è 25 dicembre», rispondo che Gesù è nato due millenni fa. Mi interessa di più ricordarmi che ha promesso di ritornare e contemplare la prima venuta mi aiuta a esser più pronto in previsione della seconda.
Non mi ritengo nemmeno sfortunato per esser nato dopo Cesare Augusto o prima della fine del mondo (il cui giorno ignoro, comunque, come tutti), giacché considero ogni celebrazione eucaristica un “natale quotidiano” dove il “Veniente” ancora si fa carne, come se tutti gli altari fossero Betlemme.
Tale premessa per affermare che non mi sembra di capitale importanza se la Messa nella notte tra il 24 e il 25 dicembre sia alle 20.00 e non alle 24.00 in relazione all’ora della nascita di Gesù. In Vaticano si celebra alle 22.00 e da seminarista o prete ho sempre considerato una bella preparazione alla “mia” Missa ‘e puddu seguire quella del Papa in diretta e, arrivata la mezzanotte, notando tanti sbadigli tra i banchi della mia parrocchia, mi consolava averne visto di più in tv dalla basilica di San Pietro. A dirla tutta, la messa vespertina della vigilia nel pomeriggio del 24 è a tutti gli effetti solennità della Natività.
Se fosse un criterio l’esattezza cronologica, anche se il Natale non è un compleanno, io dovrei festeggiare i miei genetliaci alle 2.30 del mattino, ora in cui mamma mi diede alla luce.
Oppure, ogni nazione dovrebbe coerentemente computare per sé il momento esatto della venuta nel mondo del Messia in base ai fusi orari.
Rileggendo l’Ordinamento al Messaleattuale e precedente, non si parla di «Messa di mezzanotte»: non solo non sappiamo l’ora in cui è nato Gesù, ma nemmeno il giorno preciso. D’altra parte, la tradizione della celebrazione alle 24.00 non si giustifica solo in virtù di una cena da fare in santa pace per poi andare a pregare: ci sono fondamenti biblici – come il cap. 18 della Sapienza o il 25mo di Matteo – e liturgici dai tempi del Duplice ufficio natalizio del XI-XIII sec. Non parliamo, allora, di una semplice usanza, ma di vera tradizione, che dà senso al «Crastina die» dell’ultimo giorno di Avvento.
Sì, l’importante è cogliere il significato profondo dell’Incarnazione e non costruiremo sulle lancette polemiche sterili. Il problema è chi lo decide e perché! Stupisce che la preoccupazione per le messe natalizie arrivi da Bruxelles e da Strasburgo e, passando a Palazzo Chigi, la Chiesa debba solo “adeguarsi” e imparare dalle coorti europee e nazionali che «si può pregare anche con la tv, la radio, le iniziative online».
È da marzo che i credenti sono dipinti come una schiera di imbecilli che non riescono a rispettare la profilassi e per i quali è meglio togliere gli appuntamenti comunitari, ignorando la piena libertà di svolgere e organizzare la missione pastorale, educativa, caritativa ed evangelizzatrice assicurata alla Chiesa dal Concordato (in armonia con la Costituzione) e ribadito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo in nome della libertà di culto. Per non parlare del disgustoso umorismo del ministro per gli affari regionali il cui cognome lascia presagire ogni strategia politica, il quale tenta di sdrammatizzare con «Gesù quest’anno nascerà un po’ prima».
La scusa sta nel coprifuoco alle 22.00 e nel pericolo di assembramenti, non dentro gli edifici di culto, ma una volta pronunciato l’ «Ite, missa est»Cavilli ipnotizzanti per farci credere che davvero è tutto per il nostro bene: dove andranno i fedeli, morti di sonno, con il freddo invernale, quando tutto è chiuso?
Tra la confusione dei ruoli, in modo più o meno subdolo, c’è in ballo la libertà religiosa e la dignità della persona umana quale essere spirituale, con tutto il diritto a vivere la sua fede.

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