Liberi di belare ma non di pensare
di Francesco Mariani

11 Marzo 2021

4' di lettura

La modernità è l’epoca della libertà. Lo hanno proclamato l’Illuminismo e i rivoluzionari francesi, prima ancora di divenire regola e comportamento quotidiano. In effetti oggi abbiamo tante possibilità di scelta in passato neanche immaginabili: dalla libertà di azione e di movimento alla libertà di pensiero, di espressione, di associazione. È una evidenza innegabile. Ma anche nel migliore dei mondi possibili, in quello delle “magnifiche sorti eprogressive”, c’è sempre qualcosa di incompiuto, un’inquietudine per un non so ché di impercettibile, impalpabile. Segno che la libertà è sempre da conquistare e costruire e non un compimento già accaduto una volta per tutte e privo di pericoli. Oggi abbiamo a che fare da un lato con una libertà senza limiti e dall’altro con una omologazione planetaria e di narcotizzazione delle coscienze. Due condizioni inconciliabili tra loro. Sul come ci si è arrivati tentiamo di ricostruire per sommi capi tre fasi, distinte seppure non separate. Pensiero dominante. In ogni società tradizionale, seppure dentro la modernità, c’è sempre una forma di libertà e di pensiero con la quale tutte le differenze sono chiamate a confrontarsi. Tradizionale non vuol dire dittatura o inibizione del libero pensare. Più terra terra, vuol dire che sei libero di dissociarti ma non puoi mettere a repentaglio, nella sostanza, il sentire di una comunità, la sua identità, la sua storia. Non perché ti mettono altrimenti al rogo ma perché tu ti poni fuori dal coro. Puoi dire che, secondo te, la caccia al cinghiale è come un crimine ma non puoi imporre alla maggioranza di non praticarla. In questo contesto, la volontà dei più è comunque rispettosa, o almeno non oppressiva, delle minoranze. Si prende atto che semus chentu concas e chenu berritas ma facciamo parte di una trama di condivisione e convivenza. Pensiero relativistico ovvero la dittatura del desiderio. È il celebre giudizio espresso dal Card. Ratzinger due giorni prima di diventare Papa, denunciando la malattia della nostra attuale epoca: tutto ciò che l’uomo dice e pensa non è mai oggettivamente vero, perché tutto è soggettivo, e ogni singolo uomo è l’unità di misura delle cose. Così, non è l’uomo ad adeguarsi alla realtà, ma è la realtà a doversi adeguare all’uomo, a conformarsi alle sue voglie e ai suoi desideri. Se penso che la caccia al cinghiale non si deve fare ho ragione io e gli altri hanno torto. Chentu concas e chentu berrittas ognuno per conto suo. L’impossibilità di una trama sociale del vivere. E, allora, le leggi debbono assecondare ogni mio desiderio (Dante dice che la regina Semiramide “libito fè licito in sua legge”, trasformava ogni suo desiderio in legge). Pensiero unico. È decisamente il connotato dell’oggi, la deformazione della libertà in tutti i significati. Si tratta di una omologazione complessiva dell’individuo e della società. Ogni forma di diversità va eliminata. È l’obiettivo perseguito con la violenza dai regimi dittatoriali (comunismo, fascismo, nazismo) ed ora attuato con la manipolazione delle menti nei sistemi liberal-democratici. La dittatura del pensiero unico agisce direttamente sul pensiero e sui desideri inconsci dell’uomo. Non elimina le dissidenze con la repressione, ma fa in modo che sia l’individuo stesso a richiedere di conformarsi spontaneamente e “liberamente”. Chi rifiuta questo modello è tagliato fuori, è un emarginato. Può in teoria pensare quello che vuole e propagandarlo ma di fatto è un paria. © riproduzione riservata

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