Levigare la pietra scolpendo la Storia

Sicuramente, nell’immaginario comune, quando si pensa al nome “Degasperi”, viene immediatamente in mente la figura di Alcide Amedeo Francesco De Gasperi, politico italiano, fondatore del partito Democrazia Cristiana, presidente del Consiglio dal dicembre 1945 all’agosto 1953. Il cognome De Gasperi dovrebbe essere di origini lombardo- venete, mentre Degasperi è specifico del Trentino Alto Adige, ed è su questa regione che ci concentreremo. Perché, sembra curioso, ma un ceppo familiare del Lago di Garda vive da generazioni sulle rive del Lago di Gusana. Stiamo parlando dei Degasperi di Gavoi, di cui ricostruiremo la storia attraverso le parole di un componente della famiglia, Matilde Degasperi, mamma, nonna e bisnonna, arrivata a 90 anni con la stessa curiosità che aveva fin da bambina nell’interrogarsi sulle sue origini.

Chi è stato il capostipite nel nostro territorio?
«Il mio bisnonno, Abramo Degasperi. Era nato a Riva di Trento, nota oggi come Riva del Garda, nella prima metà dell’800. All’epoca il Trentino si trovava sotto l’impero Austriaco, governo che lui rifiutava, in quanto di idee liberali e favorevole all’indipendenza e all’Unità d’Italia. Per questo, disertò dall’esercito austriaco e fuggì giovanissimo. Prima si rifugiò a Torino, poi a Genova, dove lavorò nel porto come scalpellino, mestiere che praticò per tutta la vita. Ma non sentendosi sicuro, varcò il mare e arrivò fino a Nuoro, dove poteva nascondersi meglio. Lì sposò Giuseppina Puxeddu, maestra nuorese. Divenne noto come scalpellino in città, per i lavori in edifici famosi e istituzionali».

Infatti sarà una professione che si tramanderà negli anni nella famiglia. Ma come arrivano a Gavoi i Degasperi?
«Abramo e il figlio Vittorio, mio nonno, vissuto tra il 1861 e il 1932, lavorarono alla costruzione del ponte sul Rio Aratu. Così Vittorio conobbe mia nonna, Mariantonia Peddone, giovane di Gavoi. Dalla loro unione nacquero tre figli: Abramo, Salvatore e Caterina. Per un periodo la famiglia emigrò in Argentina, dove mio zio Abramo rimase, senza dare più notizie. Presumo di avere parenti anche lì».

Con il passare degli anni, la famiglia cresce, Salvatore, padre di Matilde, si sposa con Francesca Piras e mette al mondo cinque figli: Vittorio, Vincenzo, Mariangelica, Grazia e Matilde. Nel frattempo anche “l’arte della pietra” continua a tramandarsi in famiglia, raggiungendo fama in tutto il territorio. La loro attività era unica, poiché esperti in tutti i vari passaggi della lavorazione della pietra: la estraevano dalle cave, ed erano sia tagliapietre ( picaperderis), sia artigiani abilissimi con lo scalpello. A loro è dedicato un capitolo del libro I Sassi di Pollicino, realizzato dall’Associazione Proloco Gavoi. Qui possiamo vedere un lungo elenco dei lavori realizzati dalla famiglia, ancora visibili tra le strade di Gavoi e non solo. Dalle fontane, alle facciate di case signorili e chiese. Portali, stipiti, bifore, gradinate e piazzali, portano la firma Degasperi.

Avete mai fatto ricerche più approfondite sul passato di nonno Abramo?
«Da ragazzina trovai la lapide della sua tomba nel cimitero di Nuoro, ma ora non c’è più. So che non tornò mai nella sua città d’origine. Una volta, avendo lavorato per molto tempo in comune, provai a contattare l’ufficio anagrafe di Riva del Garda, ma mi dissero che parte dell’archivio storico era finito distrutto in un incendio. Penso che si possa fare una ricerca negli archivi della Curia locale. Spero che, prima o poi, qualcuno dei miei nipoti lo faccia».

In questo intreccio familiare di vite, ritmi di scalpello e nomi che si ripetono, ci è parso quasi di essere dentro la famiglia Buendía raccontata da Gabriel García Márquez in Cent’anni di Solitudine, con gli Abramo e i Vittorio al posto degli Arcadio e degli Aureliano. E proprio per non abbandonare queste vite nella solitudine dell’oblio del passato, ricostruiamo brevemente ciò che è successo negli anni in cui a Riva di Trento un giovane militare dissidente, fieramente italiano, si preparava a disertare dagli austriaci e partire verso la lontana Sardegna. Dopo l’annessione all’Impero austriaco si aprì per la regione una fase di crisi dovuta
a molteplici fattori. Tutto il potere, anche in campo amministrativo e fiscale, venne accentrato a Vienna. Questo provocò la reazione dei ceti aristocratici e del clero. Tali posizioni crearono ferite che con gli anni diventarono insanabili con la borghesia e la nobiltà di lingua italiana. Situazioni di tensione analoghe si registrarono in tutta Europa e sfociarono nella Primavera dei popoli del 1848. Anche in Trentino, nei principali centri abitati come Trento, Rovereto e Riva del Garda, si verificheranno tumulti e manifestazioni. In pochi anni il governo viennese riuscì a disinnescare le istanze rivoluzionarie, ma nel tempo ciò comportò l’aggravarsi della frattura sociale, che vide contrapposte le fazioni pro-italiana a quelle proaustriache, e che non si arginò nemmeno dopo l’Unità d’Italia. Infatti Riva, (divenuta Riva del Garda nel 1969), venne fortificata dagli austriaci (ancora oggi sono visibili i fortini posti a guardia), divenendo un caposaldo mai espugnato dal Regio Esercito Italiano, fino alla ritirata dell’Esercito imperiale, alla fine della Prima Guerra Mondiale, nel novembre del 1918. Nel corso della Seconda Guerra mondiale, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Riva venne annessa al Terzo Reich. Il confine tra i comuni di Riva e Limone, nel periodo 1943-1945, rappresentarono la frontiera tra la zona sotto il diretto controllo della Germania nazista e la Repubblica Sociale Italiana, la cosiddetta Repubblica di Salò. In tale contesto, si sviluppò un importante movimento clandestino di Resistenza. Il 28 aprile 1945, mentre le truppe tedesche e i soldati fascisti erano in ritirata, iniziò l’insurrezione per liberare le città. Il sogno di libertà di nonno Abramo si è compiuto, ed è stato scolpito nel grande libro di pietra della Storia.

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