Le strade della fede

“Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando” (Mc 6,6). Il fallimento, ancora bruciante tra suoi compaesani di Nazareth, non ferma i passi di Gesù, né spegne la sua parola. Gesù è sempre in cammino e, pur ordinando ai discepoli la povertà, vuole che abbiano i sandali per camminare.
“L’uomo è una domanda in cammino”, dice un canto dei pellerossa americani.
Il discepolo di Gesù deve ascoltare con attenzione le domande emergenti dalla complessità della storia per non dare risposte a domande che l’uomo non pone. Gesù si presenta risposta totale con l’insegnamento, fatto di parole e soprattutto di azioni. Unico lo scopo: “Conosci Dio nelle parole di Dio” (San Gregorio Magno).
Gesù si è fatto Parola per tradurre, in linguaggio umano e dentro tutti i villaggi della terra, il divino e invisibile amore di Dio. Si tratta di far vibrare l’unica corda del cuore umano trasfigurato dalla mano del Maestro che dona la vita nuova di figlio e di fratello.
“Chiamò a sé i Dodici” (v. 7). Essere chiamati vuol dire avere un nome, essere strappati all’anonimato e alla insignificanza, essere inseriti nella vita di chi ti chiama. È stato notato che i volti di questi discepoli rappresentano i volti di tutto il popolo (12 è il numero delle tribù di Israele) e degli uomini di tutti i tempi (12 è il numero dei mesi dell’anno). Quando Gesù chiama, invia, e i discepoli affrontano la missione nella libertà e nell’entusiasmo dell’amore: “L’amore di Dio ci spinge” (2 Cor 5,14).
“Prese a mandarli a due a due” (v. 7), perché la testimonianza di uno solo non aveva valore legale allora e la solitudine nella missione è un peso che può schiacciare: “Portate gli uni i pesi degli altri” (Gal 6,2). Se uno va da solo, chiuso nel suo egoismo e nella sua fragilità, non ha nulla da annunziare fuorché se stesso e può scivolare nel narcisismo o nello scoraggiamento. Nessun uomo è un’isola, tanto meno un cristiano. Fermarsi unicamente alla chiamata e missione dei Dodici di allora, e dei preti d’oggi, significa depotenziare la forza esplosiva del Vangelo. In forza del Battesimo ognuno è chiamato figlio e quindi inviato fratello verso i fratelli. Quando questa verità è oscurata la chiesa diventa comunità clericale dal
respiro corto e dal volo pesante e i laici sono stati educati e si sono lasciati educare a essere oggetto anziché soggetto di pastorale. Le chiese spopolate dal virus possono essere grazia per un nuovo stile di partenza sinodale.
“Dava loro potere sugli spiriti impuri” (v. 6). L’inviato non conta sulle sue sole forze, ma sulla coscienza di andare con la potenza di chi invia. Gesù nella tempesta, presso i malati e gli indemoniati, davanti alla stessa morte, proclama il suo dominio sulle forze della natura, sugli spiriti del male, sulla stessa morte. In tale direzione vanno anche i passi dei suoi discepoli.
“E ordinò loro non prendere per il viaggio niente” (v. 8). L’inviato non parla a nome proprio e non dispone di un progetto personale perché, impregnato del pensiero di Gesù Cristo, può dire con San Paolo: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21). Il Maestro non offre sicurezze e garanzie che ci saremmo aspettati quali cibo, soldi, alloggio; ancor meno la certezza del successo. Invita a non confidare nei mezzi umani ma soltanto sulla Parola che portano. Per questo Marco pone questa prima missione tra il rifiuto di Nazareth e il martirio di Giovanni il Precursore, che prefigura il dramma della croce e del cammino del Vangelo nel mondo.

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