Le poesie inedite di Gianni Pititu

Ne “L’Ortobene” del 24 febbraio Lucia Becchere presentava un Gianni Pititu inedito ai  lettori che nel nostro settimanale aveva seguito le sue “Pillole di Cultura”. Dopo la morte del giornalista-scrittore (14 agosto 2017, https://www.ortobene.net/wp/wp-admin/post.php?post=2297&action=edit), alcune agende custodite sulla sua scrivania custodivano le poesie scritte negli anni.

Versi inediti che saranno al centro del Martedì Letterario del 16 aprile nello storico Caffè Tettamanzi del corso Garibaldi. A partire dalle ore 17.30 sarà la stessa Lucia Becchere, dopo l’introduzione di Angelo Altea, a parlare del  “Testamento letterario di Gianni Pititu”.

Per l’occasione riproponiamo l’articolo pubblicato sull’edizione cartacea de L’Ortobene del 24 febbraio 2019

 Gianni Pititu, pillole di poesia

di Lucia Becchere

«L’odio non è dei poeti/ ma non sempre la vita/ prodiga è d’amore./ Così sfiorisce la passione/ e il disinganno s’addita/ reo di fermare/ l’anelito del cuore» (“L’odio”).

Sono solo alcuni versi delle innumerevoli poesie che Gianni Pititu ci ha lasciato. Diverse centinaia di canti che il giornalista-scrittore, scomparso di recente (Bortigali 1939/Nuoro 2017), ha composto nel silenzio del suo studio da dove amava contemplare l’avvicendarsi delle stagioni, il fiorire dei mandorli, l’ingiallire delle foglie, il pianto della pioggia «che cade lieve su petali rossi di gerani al balcone» e le estati assolate, ma anche i tramonti, i misteri della notte e le albe che risvegliando il Corrasi, l’Ortobene, Badde Manna e la collina di Cuccullio spalancavano una finestra sul creato. Allora la sua mente si smarriva nell’incanto dei luoghi sprigionando sentimenti e passioni, gioie e dolori che puntualmente annotava nelle pagine dei suoi diari dando forma alle più intime emozioni.

Versi intrisi di speranza e di pace dove la bellezza si traduce in arte e l’arte si sublima in canto placando timori e paure. «Musica di un violino lontano/ che conforta e tormenta/ mentre il cuore si addormenta/ se la musica tace» (“Note di notte”). Svariati i temi delle sue poesie, quelle dedicate ai suoi cari: «Ora per sempre tu dormi/ e l’antico bambino svegliarti non può» (“A mia madre”), al padre buono e generoso, alla nonna docile e premurosa, alla moglie Marisa «Dea della luce» a cui riserva versi pieni di tenerezza e di ammirazione. Alle figlie Alessandra «saltellante come gazzella nel bosco» (“Così va il mondo”), mentre la esorta a sconfiggere gli affanni passando sicuestremo ra sotto i ponti cedevoli e Laura «Apparisti al mondo come un cinguettio» e ancora «fragile e sognante/ ma dalle forti certezze» (“Laura sempre”).

Ma che Pititu fosse poeta dal profondo, lo si intuiva dalle sue “Pillole di cultura”, rubrica che curava per il nostro settimanale L’Ortobene, dove parlava di arte, di musica, di brevi frammenti di vita e dove, con una naturale e spiccata sensibilità che appartiene solo ai poeti, descriveva stati d’animo, storie vicine e lontane catturando, con garbo ed eleganza, l’animo del lettore che, piacevolmente, si soffermava a meditare.

Nelle sue liriche, storie di persone semplici: la stiratrice dalle braccia forti e stanche, la donna che col capo chino e le spalle curve cuce i suoi rimpianti, le lavandaie che «chine sul fiume che passa, lavano i sogni di notti d’amore», ma anche lo sbuffare di un treno, tema ricorrente nelle sue poesie, che «turba di fumo bianco/ l’orizzonte lontano» e che porta lontano giorni felici ma anche «rimpianti di poveri amanti» (“Cantoniere”).

La bellezza del creato lo riempie di emozioni: il sole e le nuvole, le luci e le ombre, i viali caduchi, il canto delle lucciole, le betulle in fiore e i passeri in amore, il respiro del mare, il fremito arcano della foresta e le stelle che inseguono gli amanti, sono tutti «messaggi al cuore». Se la notte spegne i ricordi con il buio e il silenzio, il tempo che fugge «su ali d’avvoltoio/ e l’oggi è già domani» (“Fugge il tempo”), pur nemico dei ricordi, è capace tuttavia di patinare d’eterno gli oggetti, rendendoli discreti e silenziosi compagni di vita. E se il tempo che passa ci costringe a separarci dalle persone amate, il perenne dare senza mai ricevere, è sempre un grande atto d’amore, «Se mancherò/ non soffrirai/ meglio così/ è questo che voglio» (“Prova d’amore”).

Ma è soprattutto l’universo femminile a catturare la sua sensibilità. Verso la donna, essenza e respiro vitale, nutriva un profondo rispetto, senza di lei l’uomo non aveva senso di esistere: «Ed io l’eternità consumo/ a rimirar nel mondo/ quanto di donna c’è» (Donna). «Anche le parole futili/ diventano nobili/ sono perle» (“Quando parli”).

Pititu affronta il tema del dolore che affligge l’uomo con toni pacati benché sofferti: «Il dolore è solo tuo/ non puoi darlo in prestito/ la liberazione è il passo» (“L’àncora”), mentre la gioia non la puoi cercare altrove e tanto meno trovarla perché nasce dal tuo cuore (“La gioia”) e poi ancora «l’umanità gli appartiene perché la ama e la ama perché conosce il dolore» (“La gente”).

Nelle sue liriche riaffiora spesso il bambino che era in lui, ritrovando il mistero della vita nel ricordo della «festa antica/ di pace e di speranza/ notte magica» (“Il Natale”). E così, la felicità alberga nelle piccole cose, in un sorso d’acqua di sorgente, nel profumo di un fiore (“Felicità”), mentre l’incontro con una donna si traduce in un fremito di labbra. Il fascino del mare, altro tema ricorrente nelle sue liriche, lo avvolge proiettandolo verso paradisi lontani e sconosciuti. Nei suoi versi canta il mare di San Giovanni, gli orizzonti sconfinati che gli offriva il cielo di Posada dove amava trascorrere le sue lunghe estati con la famiglia e dove la sua anima s’immergeva nei colori e nei profumi delle acque cristalline pennellate dal chiarore argenteo della luna che, come trepida amante, andava incontro alla luce ammiccante del faro, cullata dalla melodia lontana di una canzone sprigionata da una barca solitaria.

Musica e poesia si intrecciano nei versi dedicati al suo paese, Bortigali «dai tramonti sognanti/ quando l’aurora infrangeva/ il buio di notti d’amore materno» (“Paese mio”).

Poesie che ci consegnano un uomo carico di raffinata umanità, che si commuove di fronte al divino mistero dell’universo, al fascino dell’arte, alla forza travolgente della musica e prova stupore di fronte al volo di un gabbiano, alla carezza del vento e al mistero delle notti stellate.

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Il personaggio.

Gianni Pititu ha lavorato per quarant’anni come giornalista professionista nella redazione nuorese de L’Unione Sarda dove si è occupato di cultura, costume e cronaca. Ha collaborato a diversi periodici e riviste, è stato relatore in numerosi convegni. Tra le sue opere: Sequestri, il cielo nascosto, Nuoro nella Belle Epoque, Nuoro d’autore, La donna è nobile, Oliena nei racconti di Grazia Deledda, Bia Majore, Feste a Bortigali.

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