Le mani della fede
di Pietro Puggioni

2 Luglio 2021

4' di lettura

La fede è questione di mani: mani che toccano Dio, mani che si lasciano toccare da Dio. Nel sabato precedente Gesù restituisce a un giovane l’uso della mano paralizzata: «Tendi la mano!» (Mc 3,5). Ora prende per mano la fanciulla morta restituendola alla vita e registra la mano che la povera donna allunga per toccarne il mantello. Immagini plastiche della presenza di Gesù nella nuova sinagoga, la chiesa, convocata dal suo amore. Gesù dopo il lungo soggiorno a Cafarnao torna al suo paese. Per 30 anni a Nazareth non avevano notato in lui niente di straordinario e ora arriva preceduto dalla fama di operatore di miracoli proponendosi nella nuova edizione di inviato di Dio. Non c’è da meravigliarsi del loro stupore e del turbamento che traducono in ben cinque domande, frutto di osservazioni e sentimenti. «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?» (v. 2) Lascia l’umile paese (di cui l’Antico Testamento non fa mai il nome) da semplice cittadino e torna accompagnato da discepoli; con una normale cultura e ora in sinagoga sfodera sapienza e autorevolezza. A Cafarnao arrivava sconosciuto, qui la lunga familiarità favorisce i pregiudizi su di lui, blocca l’adesione alla sua proposta di fede. Le domande sono giuste ma non li conduce alla conversione perché non è così che immaginano il messaggero di Dio, il profeta. Così c’è chi non crede perché vede e c’è chi non crede perché non vede. «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» (Mc 6,3). Il volto umano di Gesù è ostacolo e scandalo, eppure quante volte nella preghiera della sinagoga hanno elevato il sospiro struggente del pio israelita: «Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto: il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,8-9). Dalla Bibbia sanno che Dio per parlare si serve di gente comune in cui riconoscere la presenza imprevedibile del suo inviato. Ogni incontro con l’altro è un momento di grazia se lo guardo è libero e disponibile e lo vediamo in tante pagine del Vangelo. A Nazareth vogliono un personaggio che risponda alle loro idea di un Dio potente, che prende le scorciatoie per piegare l’uomo anziché suo compagno di viaggio. «La radice dell’incredulità è proprio questa incapacità di accogliere Dio nel quotidiano» (R. Fabris). Chiusi alla rivelazione della “carne” di Cristo, luogo della comunione e del dono, che le mani dell’uomo possono toccare e raccontare, ignorano la concretezza di Giovanni che così parla del contenuto della sua predicazione: «Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato…» (1Gv 1,1). Emerge un duplice lo stupore: del popolo per le parole di Gesù e di Gesù per l’incredulità del popolo. Dio per manifestarsi ha bisogno degli uomini e per parlarci non si serve di persone fuori dal comune. Nazareth ci educa a liberarci dei pregiudizi su coloro che crediamo di conoscere, sui quali gettiamo il peso soffocante del preconcetto. Il rischio è serio. Nelle agenzie educative: Chiesa, scuola, politica, famiglia, quando lo sguardo è malato di pregiudizi non c’è posto per la speranza. È stato notato che con la deposizione delle mascherine saremo più liberi ma anche più nudi: importante non essere miopi. I nazareni di oggi, come ieri davanti al volto umano e familiare di Gesù, si fermano alla soglia della Chiesa, senza arrivare a coglierne il vero mistero. «La Chiesa è il cuore di Dio che batte nella storia» (Mons. A. Del Monte).

donpietropuggioni@gmail.com

© riproduzione riservata

Condividi
Titolo del podcast in esecuzione
-:--
-:--