Le fragilità di Dio e dell’uomo
di Pietro Puggioni

17 Giugno 2021

4' di lettura

Annunciava loro la Parola, come potevano intendere (Mc 4,33). Si tratta dell’agire di Dio Padre che con la parola al Figlio diletto incontra il cuore dell’uomo. È un momento difficile della missione di Gesù. I suoi lo cercano allarmati per le voci che lo davano fuori di sé. I discepoli iniziano a preoccuparlo con i loro dubbi e incertezze. Gli scribi gridano l’origine diabolica delle sue opere. Il Vangelo nasce attorno ai primi altari, per questo vi leggiamo la situazione difficile della chiesa di Marco, tra entusiasmi e difficoltà, adesioni e abbandoni di fronte alla Parola di Dio. Come in filigrana osserviamo la Chiesa di oggi, preoccupata più del calare dei credenti e l’avanzare del secolarismo che dalla fioritura di tanti santi oggi e lungo i secoli della cristianità. Nel terreno dell’ansia e della paura, dentro la tempesta che mette in pericolo la Chiesa, Gesù assicura la sua presenza e il suo amorevole rimprovero: Perché avete paura? (v. 40). Dentro ogni comunità, come dentro la storia del mondo, il seme della presenza del Signore assicura un processo lungo, ma destinato a dare frutti di consolazione e di fede, e invita ad essere ogni giorno pronti alle sue sorprese, specie quando siamo turbati dalla passività apparente e scandalosa di Dio. Un teologo canadese di fronte alle previsioni della fine del cristianesimo ricorda una pianta della sua regione che, distrutta e sradicata con cura, dopo 30 anni riemerge con i suoi nuovi germogli. Il rifiuto degli uomini, le persecuzioni costanti suggeriscono quell’atteggiamento di fede che è la pazienza, perché la fecondità del seme è sicura. Ragione della pazienza e della speranza è la potenza di Dio che realizza ogni sua parola. Il granellino ci ricorda lo stile del nostro “piccolo” Dio per il miracolo dell’amore: gli elementi dei sacramenti, un gruppetto di poveri pescatori, un vocabolario umano accessibile a tutti. Evidente il contrasto fra la povertà degli inizi e dei mezzi e l’avvenire glorioso di cui abbiamo in Cristo la sicura caparra. Noi cristiani tante volte preferiamo gli stili mondani e roboanti. Eppure «sarà il sentirci fragili tra fragili, alla fine, ad abitarci a riscoprire gli altri come fratelli e sorelle e Dio come Padre» (M. M. Morfino). Anche il non credente, studiando lastoria della Chiesa è obbligato a qualche riflessione sul paradosso di un inizio con mezzi così modesti: il fondatore morto in croce, i discepoli modesti e illetterati, i seguaci, ora testimoni eroici e coerenti fino al martirio, ora protagonisti di eresie e di vistosi scandali. Il granellino che scompare nel ventre della terra racconta anche la nostra preistoria nel grembo materno. Nessuno ci vedeva, solo l’amore della mamma, il suo cuore unito al nostro poteva delinearci volto, parola, ascolto, sguardo. La vita del cristiano, breve o lunga, feconda dentro il terreno di Dio, può incarnare il volto, la parola, i pensieri di Cristo. Tornare alle origini quando la comunità cristiana non aveva sostegni e non disponeva di potere per convertire, confidando unicamente nella potenza del Signore Risorto. Siamo ancora in tempo per capire che solo i veri testimoni sono capaci di attirare nuovi fratelli al Vangelo. Nella provocatoria Agonia del cristianesimo Miguel de Unamuno spiegava agonia, anche in chiave etimologica: «il cristianesimo come lotta e impegno». I santi, così numerosi in tutti i tempi, dai più famosi a “quelli della porta accanto”, ci ricordano quanto sia esaltante l’avventura cristiana.

donpietropuggioni@gmail.com

© riproduzione riservata L’immagine: Vincent Van Gogh, Seminatore al tramonto (1888), Museo Kröller-Müller, Otterlo

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