Le 103 primavere di zia Antonietta Sini

Faccio fatica a credere che la persona esile e minuta che si aggira per casa senza alcun ausilio e che m’invita cordialmente ad accomodarmi abbia compiuto 103 anni il 6 aprile scorso.
Stiamo parlando di zia Antonietta Sini di Siniscola che ama trascorrere l’estate a Santa Lucia nella sua accogliente casa sul mare a due passi dalla bianca chiesetta dove ogni pomeriggio segue la santa messa. In quella splendida borgata cullata dal ritmico battere delle onde, ama anche passeggiare fra i pini che profumano di salsedine in compagnia del figlio Salvo, il quale premuroso vigila su di lei che alla veneranda età di 97 anni aveva rimediato la frattura del bacino e del femore con relativo intervento, oggi solo un pallido ricordo.
Forte nella sua fragilità, zia Antonietta conduce una vita abbastanza autonoma. Si alza presto la mattina e dopo essersi messa in ordine consuma la sua abituale colazione a base di latte e biscotti.
Prima di uscire per negozi in compagnia dell’assistente ha una sola premura: riassettare il letto del figlio.
A tavola consuma un pranzo frugale per poi godersi un meritato riposo mentre nel pomeriggio la si vede recitare il rosario seduta al fresco in compagnia delle vicine. È un’assidua lettrice di Famiglia Cristiana e de L’Ortobene a cui è abbonata, ma la cosa straordinaria e che legge ancora senza occhiali. Dopo cena una dolce camomilla prima di recitare le preghiere della notte.
Cosa ricordate del passato?
Breve pausa alla ricerca di lontani ricordi che lentamendi te riaffiorano dallo scrigno della sua memoria.
«La mia è stata una famiglia longeva da parte materna; ho vissuto sempre con mia sorella Elena (19012001) rimasta inferma per quattro anni a seguito di un ictus che l’aveva colpita. Sono stata io, benché novantenne, ad assisterla fino alla fine, tre mesi prima del suo centesimo compleanno».
Zia Antonietta ricorda bene la sua numerosa famiglia, quattro uomini e quattro donne. Il padre veniva da Tempio, vendeva macchine da cucire, curava i terreni della moglie e coltivava la vigna producendo in grande quantità uva passa per rivenderla ad Olbia.
Erano gli anni dell’emigrazione, un fratello si era stabilito a Civitavecchia mentre gli altri due avevano raggiunto l’America.
«Il maggiore, Anastasio, era partito con la moglie affidando alle sorelle i suoi tre figli fino a che non avesse trovato sistemazione. Nel 1933 scrisse chiedendo che venissero imbarcati sulla nave per ricongiungerli alla famiglia. Avevo diciannove anni e non ho esitato a partire da sola alla volta di Napoli per accompagnare i miei nipoti in partenza per New York».
Con Antonietta ed Elena era rimasto Francesco, il più piccolo dei fratelli, che sarebbe andato a combattere a fianco delle forze nazionaliste guidate dal generale Francisco Franco nella guerra civile spagnola. Morirà a Guadalajara nel 1937 come tanti altri per mano delle brigate internazionali dell’esercito repubblicano.
Per la perdita del giovane congiunto, il regime risarcirà la famiglia concedendo ad Elena la gestione della mensa degli ufficiali e assumendo la giovane Antonietta al comune di Lodè, dove per cinque anni gestirà le tessere annonarie.
In quegli anni avete vissuto a Lodè?
«Non sempre, spesso raggiungevo la sede a cavallo e qualche volta anche a piedi. Ero giovane, mi sentivo forte e non conoscevo ostacoli».
Non avete sofferto la fame?
«Dopo la morte di mio padre e alla fine della guerra ci sono stati revocati i benefici e come tanti abitanti del mio piccolo e povero paese anche noi abbiamo conosciuto una brutta fame – e con commozione aggiunge – al solo sentire l’odore del pane ci veniva da piangere perché non avevamo neppure quello. Ci siamo ripresi trasformando la mensa ufficiali in locanda, servendo i pasti agli ospiti e aprendo una maglieria rimasta attiva fino al mio matrimonio».
Come avete conosciuto il vostro futuro marito?
«Un giorno capitò da noi un giovane capocantiere originario della provincia di Biella, che lavorava alle dipendenze di un’impresa piemontese che doveva eseguire dei lavori lungo il tratto Siniscola-Olbia». Si chiamava Pio.
Cosa ricordate di lui?
«Durante la guerra era stato catturato dai russi e aveva scelto di combattere al loro fianco. Fu uno dei primi ad entrare con i carri armati in Germania, di cui non aveva mai condiviso le scelte.
Finita la guerra fu liberato e i russi lo rimandarono in patria con un treno speciale, ma in Jugoslavia fu trattenuto da Tito come merce di scambio e poiché per due anni di lui non se ne seppe più nulla, la famiglia nel cimitero del suo paese aveva apposto una lapide in memoria. Aveva 32 anni quando nel 1949 riuscì a tornare in Italia. Ci siamo sposati nei primi anni cinquanta e nel 1955 è nato il nostro unico figlio, Salvo».
Quali i vostri progetti insieme?
«Dopo il matrimonio, come ho già detto, chiusi la maglieria e mio marito lasciò l’impresa per avviare una blocchiera che ben presto abbandonò perché le cose non andavano molto bene.
Assunto come agente con deposito al consorzio agrario, fu addetto alla vendita dei prodotti agricoli fino al 1981 anno in cui morì, mentre mia sorella Elena aveva aperto un punto vendita alimentare all’interno della stessa struttura dove spesso anch’io davo una mano».
Una vita tutta casa e lavoro?
«Sì, ma l’impegno familiare e lavorativo non mi ha mai distolto dal frequentare ogni giorno la chiesa. Quell’appuntamento era tassativo. Sono stata per lunghi anni presidente dell’Azione Cattolica, fino a dieci anni fa ho frequentato gli esercizi spirituali e portato la comunione a casa dei malati, riservando una particolare attenzione ai bisognosi».
Come si viveva allora?
«Si lavorava in casa, si faceva il pane, si coltivava l’orto e si seminava il grano in grande quantità. La farina era una sicura fonte di sostentamento».
Tutto sommato una vita come tante altre? Non proprio perché zia Antonietta è stata un’antesignana delle donne al volante. Nel 1964 aveva preso la patente e nonostante il parere contrario del marito, si era messa alla guida di una cinquecento color crema che condurrà fino al 2005. Si spostava da sola anche fuori paese per sbrigare le pratiche negli uffici fino a che novantenne, a causa di un piccolo incidente per fortuna senza conseguenze, il figlio le sottrasse documenti e macchina vietandole di rimettersi al volante.
«Di fronte a casa c’era la sede della stradale – ricorda zia Antonietta – un giorno, mentre uscivo dal cortile, urtai una macchina della polizia e, poiché non mi ero resa conto di nulla, tirai dritta. Due gazzelle si misero prontamente al mio inseguimento per farsi quattro risate dopo avermi riconosciuto».
Come è cambiato il mondo?
«Oggi si sta decisamente meglio perché ci sono le comodità. Noi la vita l’abbiamo sacrificata troppo ma ci accontentavamo, oggi non c’è lavoro ma difficilmente i giovani si adattano alle ristrettezze. Poi le ragazze di oggi sono belle ma troppo scollate e quasi tutte si separano. Ai miei tempi questo non succedeva, nessuno mai avrebbe osato violare la sacralità della famiglia».

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