Il lavoro festa della libertà

Il lavoro, ci insegna Giovanni Paolo II, è amore rivelato. Tramite esso diamo corpo al gusto del bello, all’ideale, alla passione per il reale di cui siamo portatori. Ogni uomo è chiamato a rendere questo mondo più bello, a trasformarlo in una dimora dove a Dio piaccia abitare. Con il lavoro proseguiamo l’opera del Creatore, diamo esistenza a cose che non sono. Ognuno di noi conosce se stesso in azione, nel fare. Ecco perché la disoccupazione, prima ancora che un dramma socio-economico, è una devastazione dell’umano. Non dà infatti alla persona la possibilità di conoscersi per ciò che è, per la sua dignità e capacità di trasformare il mondo. Il Iavoro è qualunque operazione, intellettuale o manuale, con la quale modifichiamo la realtà. Per i romani, ma anche per tanti altri popoli dell’antichità e di oggi, l’uomo ideale era quello dedito all’otium, al dibattito politico o alla speculazione intellettuale. Se proprio doveva impegnarsi manualmente l’attività per eccellenza era quella delle armi e della guerra. Erano gli schiavi a svolgere quei lavori chiamati, non a caso, servili. Fu San Benedetto ad operare una rivoluzione che caratterizza l’occidente cristiano. I suoi monaci, ossia gli intellettuali di allora, dovevano lavorare. D’altronde Gesù stesso non disdegnò di fare il carpentiere. Il lavoro cominciò ad essere visto come un atto nobilitante e non umiliante. Al monaco era chiesta la stessa cura e precisione sia nel copiare un manoscritto che nell’intarsiare le travi della stalla. E infatti vennero su monasteri dove lo stesso concetto del bello traspare nella chiesa e nel refettorio, nella biblioteca e nella stalla.
Fu poi Leone XIII, con la Rerum Novarum, a contestare la moderna schiavitù cui erano ridotti milioni di lavoratori. I concetti di quell’enciclica sono ancora delle pietre miliari. Il lavoro non è una merce qualsiasi sulla quale speculare come si fa con lo zucchero o le patate. Gli operai non possono essere considerati una mera forza-lavoro, delle bestie da soma per le quali esiste solo l’obbligo di produrre. Il lavoratore è innanzitutto una persona e il suo salario deve consentire a lui e alla sua famiglia una vita dignitosa.
È facile e ovvio dire che si lavora per vivere, ma per troppa gente è vero l’esatto contrario. Basti pensare ai diffusi e vergognosi fenomeni di sfruttamento dei minori-lavoratori o ai milioni di operai condannati a turni di 14 ore al giorno. Come è facile parlare di giusta mercede ma la regola diffusissima è quella di non pagarla.
In Sardegna la fierezza dei pastori e la dignità dei contadini oggi hanno il volto umiliato dei cassintegrati e dei disoccupati, di chi tira avanti da precario senza poter organizzare il proprio futuro. Inesorabilmente la società emargina chi non porta profitto, chi non può competere dentro i verbi del produrre e consumare. Nel lavoro gli uomini realizzano la loro autonomia, la festa della libertà. Non è pertanto ammissibile quell’andazzo clientelare per cui il lavoro si trova e si conserva grazie ad accozzi e raccomandazioni. In questo modo il lavoratore non è libero, deve rendere conto al suo “benefattore” sia in termini elettorali che sociali.

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