L’arte di essere fragili

La venticinquesima puntata della rubrica curata dagli studenti del Liceo Classico di Nuoro. Libriamoci è un progetto coordinato dalle docenti Venturella Frogheri e Paola Serra.

Arte (termine che deriva dalla radice ariana ar che in sanscrito significa andare verso, produrre) è tutto ciò che tende verso il compimento. Fragilem, al contrario, si riferisce a tutto ciò che soggetto alla caducità. L’autore sintetizza così l’essenza dell’esistenza umana. Essa infatti non è altro che il frutto della loro coesistenza, così palesemente segreta. Una realtà che una società arida e disillusa che riduce la vita a possesso e la felicità all’appagamento di quest’ultimo, vuole respingere e sradicare con assurda violenza, incapace di rendersi conto che privare l’uomo di questo è privarlo di ciò che lo rende sacro ed unico: la sua umanità. Solo colui che si lascia amare, colui che consente al suo cuore ferito di dilatarsi affinché il dolore dilaghi integralmente nella sua interiorità, fino a diventarne proprietà intrinseca è fragile, dunque ama. È questo ciò che compiono i poeti, colgono l’essenza, serbando l’infinito nel cuore e conferendo ad esso verità e concretezza (non a caso il termine deriva dal verbo greco poieo che significa fare, produrre, creare). Non limitandosi a considerarlo mero sentimentalismo, bensì cercandolo, non stancandosi mai di contemplarlo. Ne era consapevole Giacomo Leopardi, quell’uomo che non si astenne mai da esso, al contrario, se ne nutrì, che non si rassegnò mai alla sua assenza, che non percepì mai la siepe come un ostacolo ma come un’opportunità, come una fonte che placasse la sua sete, fiducioso nel fatto che l’infinito si manifestasse nella bellezza del creato, anche quando siamo in grado di assaporarne solamente i residui, come lui, che fino all’ultimo istante della sua vita ammira le stelle, con la stessa meraviglia di un bambino che vede qualcosa per la prima volta, infatti nonostante i suoi occhi siano ormai esausti, possano risplendere della luce che viene loro disinteressatamente donata. È quest’uomo con tutta la sua vulnerabilità, a renderci consapevoli che solo colui che è imperfetto, può aspirare alla perfezione, solo colui che è cosciente della sua necessità di pienezza si compie, perché come scrive egli stesso nello Zibaldone: «La felicità non è che il compimento».

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