Dopo la tempesta reimparare la politica

Iniziai a scrivere su L’Ortobene nel 1981, e mi imbattei negli stessi stereotipi visti in sei anni di permanenza a Roma. Tra i cattolici c’era la diffidenza, la delegittimazione, la critica fino alla denigrazione per chi era in politica o ricopriva ruoli istituzionali. Una mistura di moralismo, pozioni al veleno, invidia e rancore da riversare per motivi nobili a parole e squallidi nella realtà. Un modo di pensare estraneo alla tradizione del cattolicesimo politico che non demonizzava l’avversario ma lo combatteva, anche aspramente, sul piano delle idee. E infatti la Dc nuorese non processò nessuno per frequentazioni con prostitute o per essere omosessuale. Altri partiti lo fecero.
Oggi, nostro malgrado, subiamo la tempesta dei seminatori di vento. Allora mi colpì la lucidità dell’articolo del 21 marzo 1982, firmato da don Pietro Puggioni, col titolo “I nuovi lebbrosi della Chiesa”. Ritenendolo ancora attuale ne propongo alcuni passi. Scriveva don Pietro: «A parlar male dei politici tutti son buoni, facili oratori non importa se più qualunquisti che intelligenti. Avere un politico in famiglia o tra gli amici, a qualunque livello: europeo, nazionale, regionale, provinciale, comunale, è sempre più fonte di disagio e talora di vergogna. Avere un lebbroso vicino equivale ad essere lebbrosi. Se poi si riflette sulla spontanea operazione di caricare i soli politici di tutti i tradimenti consumati anche dalla comunità cristiana sull’uomo d’oggi, ci rendiamo conto della terribile mistificazione. Le operazioni integraliste un giorno o l’altro pagano, se non altro perché educano alla superficialità e alla fuga: la politica è sempre sporca, il potere è sempre una mangiatoia… e slogans simili. Non è che si voglia bruciare incenso o decretare promozioni sul campo della politica… Si impone però una revisione critica della diluviante letteratura denigratoria dei politici, per frenare la crescita delle delusioni postsessantottesche, per non allontanare tanti giovani emergenti da una delle strade più efficaci per la trasformazione sociale del paese, per non incoraggiare l’esteso fenomeno dei “principi privati”, chiusi nell’orticello angusto dei loro privati interessi e della narcisistica contemplazione dei propri guanti bianchi e delle proprie mani pulite».
Proseguiva: «Ogni giorno i cristiani impegnati in politica corrono il rischio grave di disperdersi nella realtà sociale senza la loro identità cristiana. Occorre rendere possibili e cordiali i luoghi d’incontro e di dialogo (non quelli della scomunica): il confronto con la parola di Dio, la celebrazione della Eucaristia, la testimonianza del Vangelo. L’impegno è grave e difficile, ma necessario per non prepararci altri processi per l’immediato domani, forse sulle piazze». Era il 1982!
Processi sulle piazze reali e mediatiche: è quello che ci resta oggi dopo aver avvelenato ieri i pozzi. La mitica società civile, tanto invocata come alternativa alla corrotta politica, si è rivelata per quello che è, ossia marcia.

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