La Sardegna interna come in un film

Come il “frame”, immagine sintesi, di un film. Non può infatti che essere un regista a raccontare oggi, per l’interno della Sardegna, il groviglio delle attese, delusioni, sogni spezzati, fantasmi del passato, speranze, nuovi modelli, confine labile tra promesse e fatti, tra vecchi imbonitori e portatori di serietà. A guardare, quasi dietro la macchina da presa, è Salvatore Mereu. Titoli di frammenti di film: deserto-Ottana tra ciminiere spente, fumi d’amianto, bonifiche promesse, e, intanto, ultime, cabine di regia e task force. Oppure piano di rilancio del Nuorese, progetti ambientali, culturali, rete tra comuni, regie e, parrebbe, risorse. Aziende e pastori piegati dalla crisi e appesi all’Europa lontana. Intanto piccoli passi dai paesi. Tentare di fermare i sintomi preagonici con “tasse zero” per pensionati che intendono consumare l’ultimo tragitto nei vicoli stretti del centro storico di un paese di Barbagia, oppure case vuote a un euro per la suggestione di cambio radicale d’esistenza e di comunità. Tutto scorre nel “trailer” di un film su schermo indefinito. Finzione o realtà, fuga nel futuro, presente e passato in un intreccio indefinito. Il regista di Sonetaula e Bellas Mariposas legge il tutto in controluce, ben attento al linguaggio di immagini dai contorni non sempre nitidi. Dorgalese e lo tradisce la esse dal sibilo dolce, ben trapiantato nel cuore della vecchia Nuoro di Santu Predu, attorno e in là dei cinquanta, sposato, tre figli, Mereu la realtà che ci passa sotto gli occhi, magari da piazza san Giovanni, tra il Corrasi, Monte Bardia, Hundales e Monte novo, la conosce bene. Da quando sedeva sui banchi del liceo classico Canopoleno di Sassari, all’Università di Bologna, o al corso di regia e cinematografia nel centro sperimentale di Roma.

Nei suoi film, la Sardegna di ieri e di oggi, in un tessuto sociale che si sovrappone senza regole, per certi versi anarcoide, cosa rimane del passato e cosa avanza del nuovo? «La modernità – risponde col tratto della serenità della continua indagine – nel profondo interno delle nostre comunità, ha tentato di fare breccia, è stata in certi momenti mal digerita e ha creato sconquassi. La contraddizione tra zone interne e buccia costiera è viva. È la regola della drammaturgia del contrasto e del conflitto. La narrazione di due mondi che confliggono e convivono. Quasi senza fine». A Venezia, per i settanta anni del festival, Mereu ha presentato un corto di tre, quattro minuti:Transumanza. Di fronte a registi di tutto il mondo ha svelato i paradigmi di una Sardegna che cambia, attraverso il serrato conflitto generazionale tra zio e nipote, così vivo nelle comunità dell’interno: «E non è finzione cinematografica – sottolinea –, trasferisco la realtà cruda, come De Seta in Banditi a Orgosolo o Fiorenzo Serra nel Docufilm L’ultimo pugno di terra degli anni Cinquanta, che tutto poteva essere fuorché un inno di propaganda da Istituto Luce per i Governanti di allora. E fu per qualche anno gettato nel cestino finché non diventò capolavoro del verismo».

Il grande tema dell’oggi, le contraddizioni dilaganti: coste sarde e luccichio, arabi, russi e sceicchi ecomunità come Dorgali, Baunei. Poi l’interno, spopolamento, estinzione di paesi interi, economie di sussistenza tra forestali e stagionali. Periferie di città senza volto, occupate da centri commerciali, fabbriche di moderno precariato. «La pellicola mi scorre davanti – risponde il regista – anzi ne catturo immagini con operazione di flash back, tornando indietro. In Ballo a tre passi, una delle prime produzioni, la società di valori arcaici, tradizionali, orizzonti chiusi e forse sereni, a Bellas Mariposas, dal romanzo di Sergio Atzeni, che pur conosceva l’interno, la mamma levatrice a Orgosolo. Sardegna è anche periferie della grande città, con lingue mischiate, scuole multietniche. E i ragazzi, da questo punto di vista, disegnano già il futuro prossimo. Sono più avanti degli adulti».

Salvatore Mereu, da tempo, sta zoomando sui volti nascosti o espressivi di dolore dei giovani di colore che approdano nell’Isola, dalle coste africane. Quelli che convivono con le nostre realtà, tra accoglienza, indifferenza o venature di ostilità non sempre sotto traccia: «Come non potrei occuparmi di queste realtà, rendendole narrazione nelle storie che si portano dentro, abbandonando tutto e tutto forse perdendo. Mio padre partì in Svizzera a costruire muraglioni. Dormivano in baracche con la regola ferrea dell’apartheid, rigida separazione, ed erano tutti bianchi. Sono sequenze di film che ho sulla pelle». Anche se in una terra dove si son dissolte le certezze risulta sempre più difficile accogliere l’altro: «So cos’è il lavoro e la sua mancanza – il viso si fa tirato – quello che a Dorgali chiamiamo sa Vurghena, cantiere per togliere le erbacce. Tutto transeunte, incerto, di giornata». Dentro il vortice del cambiamento non si può “museificare” il passato. «Anche se i contorni sono sfumati, non si è più aggrappati allo scoglio della certezza – dice Mereu – occorre raccontare il futuro, e le origini possono aiutare. Occorre incoraggiare chi varca i confini per guardare il mondo da vicino. Noi siamo un popolo di migranti».

Un film, la Sardegna di oggi, che può avere un lieto fine? «Come accade nelle serie televisive – conclude il regista dorgalese – occorre riannodare la pellicola, riprendere il filo dell’intreccio. Anche qui l’uomo ha grande capacità di reinventarsi. In una terra baciata dalla divinità ». E forse, nel mattino già estivo, il suo sguardo e i suoi passi si muovono in luoghi di suggestioni uniche, tra Fuili, Toddeitto, Monte Irveri e Cala Luna.

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