La “Questione morale” di Berlinguer: le istituzioni prima dei partiti

“Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona” così cantava Giorgio Gaber. E indubbiamente in questa semplice frase c’è qualcosa di vero. Enrico Berlinguer era una persona molto timida e riservata, con un carattere non pienamente adatto al ruolo politico, ma era un grande leader carismatico, moralmente intransigente, che parlava sempre col “noi”, esempio di una politica trasparente, equilibrata, aperta al dialogo e vicina ai ceti più deboli della società. In questa “epoca delle passioni tristi” riscoprire la figura di Enrico Berlinguer può essere utile per leggere il mondo in cui viviamo, per vedere la politica non come un mezzo per realizzare se stessi, ma come tensione di ciascun cittadino per il bene comune.
La militanza di Enrico Berlinguer iniziò a Sassari, in Sardegna nel dopoguerra. L’isola appena liberata era ridotta alla fame e dai quartieri popolari partì l’assalto ai forni e alle prefetture, era la cosiddetta “Rivolta del pane” del 12 gennaio 1944. Berlinguer era tra i manifestanti e venne arrestato, passò tre mesi in carcere e proprio in prigione decise di intraprendere la carriera politica e di lasciare gli studi.
Già a 20 anni Berlinguer aveva letto Voltaire, Bakunin, Antonio Gramsci, Marx e Lenin. Gramsci è stato indubbiamente una stella polare nella sua formazione, il giovane Berlinguer lo considerava un pensatore marxista creativo, capace di far avanzare le proprie idee nello studio concreto del proprio Paese, alla ricerca delle ragioni politiche e culturali non solo dell’arretratezza del Mezzogiorno ma anche della nascita del fascismo.
Il padre Mario Berlinguer era socialista e membro del Comitato di Liberazione Nazionale, decise di presentare il figlio al suo vecchio compagno di liceo Palmiro Togliatti, iniziò così un legame profondo che legherà i due per tutta la vita. Nel 1945 Berlinguer si trasferì a Roma e il primo incarico di rilievo fu quello nella segreteria del Fronte della gioventù (FGCI) un’organizzazione unitaria dove militavano anche socialisti e democristiani.
Il 6 marzo 1953, mentre Berlinguer stava parlando al Congresso della FGCI a Ferrara, arrivò la notizia della morte di Stalin. Era la fine di un’epoca per il mondo comunista. Tre anni dopo Kruscev svelò al mondo i crimini dello stalinismo e i carri armati sovietici reprimevano col sangue la rivolta in Ungheria, era il 1956, e in quello stesso anno Berlinguer lasciò la FGCI e passò alla direzione de Le Frattocchie, la scuola per i dirigenti del partito, una parentesi in una vita spesa nella politica attiva.
Nel 1960 per qualche mese fu vicesegretario regionale in Sardegna, ma alla fine degl anni ’60 Togliatti gli affidò l’organizzazione del partito. Quello tra Togliatti e Berlinguer fu un legame profondo e il Memoriale di Yalta, il testo in cui Togliatti criticava fortemente la sopressione della democrazia nei paesi dell’est, ispirerà la futura visione politica di Berlinguer.
Il 1968 fu un anno di svolta per l’Italia e per il PCI, a Praga Alexander Dubcek, segretario del partito comunista cecoslovacco, avviò una stagione di riforme nel segno della libertà e del pluralismo della politica, era un partito che voleva affrancarsi dalla linea sovietica e seguire una strada propria: iniziò così la Primavera di Praga. E nel 1969 a Mosca, durante la conferenza dei partiti comunisti, anche Enrico Berlinguer, divenuto vicesegretario, ribadì il dissenso del PCI all’occupazione sovietica di Praga, il valore del pluralismo e la volontà di abbandonare il modello sovietico.
Nel 1972 venne eletto segretario del PCI, l’Italia era in profonda crisi, il governo democristiano non riusciva a fronteggiarla e la “strategia della tensione” con le sue bombe e i suoi morti mise a rischio la stessa tenuta della democrazia.
Nel settembre del 1973 Berlinguer pubblicò alcuni articoli sul peridodico Rinascita nei quali proponeva un “grande compromesso storico” per uscire da una crisi profonda.
“La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande “compromesso storico” tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”.
La soluzione proposta da Berlinguer era un’unione tra le forze popolare, comunista, socialista e cattolica.
In questi anni il partito vide anche un forte cambiamento della politica estera con l’accettazione della Nato e l’eurocomunismo, il punto forte di Berlinguer era stato anche quello di aver sempre abbracciato con favore il programma di un’Europa unita e per questo a metà degli anni ’70 divenne un leader ben voluto dal popolo e portò il partito comunista a traguardi fino a quel momento inimmaginabili: nelle elezioni del 1976 il PCI toccò il 34,4 %, il massimo storico con oltre 12 milioni di voti. La Democrazia Cristiana era ancora il primo partito ma con un’opposizione forte che premeva per entrare nel governo.
Nel 1977 nel 60° anniversario della rivoluzione d’ottobre Berlinguer tenne un discorso davanti a migliaia di leader dei partiti comunisti di tutto il mondo, è il discorso dello “strappo da Mosca”.
“La democrazia è oggi non soltanto il terreno sul quale l’avversario di classe è costretto a retrocedere ma anche il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista”.
Sono parole di critica al sistema russo, un discorso scomodo e coraggioso davanti a leader comunisti che con la democrazia e con la libertà avevano poco a che fare.
Berlinguer era deciso nel portare il partito al governo, e le trattative con la DC di Aldo Moro si intensificarono, il PCI scelse Moro perché era l’interlocutore più valido per il compromesso storico, per via della sua grande cultura e profondità d’animo.
Berlinguer insisteva per creare un governo di emergenza che includesse anche il PC, Moro non pensava ad un patto di alleanza ma a scegliere dei valori comuni che potessero unirli. Gli americani non vedevano di buon occhio che i partiti comunisti partecipassero al governo nei paesi dell’europa occidentale, ma questo non fermò il dialogo tra i due leader, però venuta meno l’ipotesi di un ingresso del PC nella maggioranza, Berlinguer insistette affinché fosse Moro a guidare il governo. Moro invece preferiva che fosse Giulio Andreotti perché creava meno problemi per le relazioni con l’America. Moro riuscì a portare la DC al dialogo con il PC, anche se non fu così nella composizione del governo dato che la lista dei ministri del nuovo esecutivo presentata da Andreotti sollevò molto scalpore e delusione.
Il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse sequestrarono Aldo Moro e uccisero gli uomini della sua scorta. Il filo sottile di un dialogo che avrebbe potuto cambiare la storia d’Italia venne reciso per sempre. Era la fine di un progetto politico portato avanti con tenacia, finì così la strategia del compormesso storico.
DC e PC rifiutarono ogni trattativa con i sequestratori. Il 16 aprile il Partito Socialista di Craxi ruppe la linea della fermezza e spaccò l’opinione pubblica. Per Berlinguer fu uno dei momenti più difficili e visse questa situazione con grande consunzione fisica e morale.
Pochi mesi dopo il PC nel 1979 perse un milione e mezzo di voti, Berlinguer dovette affrontare una serie di sconfitte. Nel 1980 invocò un’ “alternativa democratica”, in risposta agli scandali dei partiti di governo e della loggia massonica P2, ed è qui che si innesca la cosiddetta “questione morale”. Nel 1983 Berlinguer propose a Craxi un’ alleanza con la sinistra per formare insieme un’opposizione e cercare di aprire la strada al governo, ma egli decise di collaborare con la DC.
L’11 giugno del 1984 Enrico Berlinuer morì dopo un comizio tenuto a Padova il 7 giugno a soli 62 anni, amato e rimpianto non solo dai suoi compagni ma anche dagli avversari.
L’eredità di Enrico Berlinguer come uomo e come politico è grande ed ancora oggi valida. La questione morale di cui egli parlava è un obiettivo ancora attuale. In un’intervista ad Eugenio Scalfari Berlinguer aveva spiegato che la questione morale non riguarda i tanti casi di disonestà e illegalità anche allora commessi nei partiti, nel mondo delle imprese e nella classe dirigente considerata nel suo complesso. Quei casi ci sono sempre stati in Italia e in tutti i paesi del mondo, sono reati deprecabili che devono essere denunciati e perseguiti. Ma non è solo una questione di onestà della classe dirigente, il vero problema è l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti. Le istituzioni sono depositarie dell’interesse generale dello Stato, mentre i partiti sostengono ciascuno la propria visione del bene comune e su quella base chiedono il consenso dei cittadini. I partiti devono essere strumenti di comunicazione tra il popolo degli elettori e le istituzioni, dunque tra la società, gli interessi dei quali si chiede la tutela, e le istituzioni che rappresentano lo Stato e la comunità nel suo insieme. La società esprime interessi del presente, le istituzioni devono avere invece una visione più lunga che guarda anche al futuro. Questa è la differenza che richiede una mediazione costante tra presente e futuro, garantita dall’autonomia delle istituzioni. Se i partiti le occupano questo equilibrio si rompe, la democrazia si deforma e il populismo invade lo Stato. «È dunque necessario – disse Berlinguer in quell’intervista – difendere le istituzioni dalla partitocrazia che le ha invase». Un discorso ancora attuale per via della sfiducia nella politica che caratterizza i nostri tempi, ed è proprio dalla soluzione di questo problema che, come diceva Berlinguer, dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, l’effettiva governabilità del Paese e la tenuta del regime democratico.

Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obbiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.
(Dal comizio del 7 Giugno 1984, Padova)

 

Pubblicato su Inchiostro, giornale dell’Universtità di Pavia