La preghiera del figlio

Abbiamo mai pensato di chiedere a nostro padre cosa ha provato il giorno in cui, bambini, guardandolo negli occhi, per la prima volta lo abbiamo chiamato «papà»?
Abbiamo mai pensato a cosa prova Dio ogni volta che lo chiamiamo «Padre nostro»?
Abramo e Gesù, l’amico e il Figlio, i due protagonisti delle letture odierne, ci insegnano la confidenza e l’intimità con il Padre… che è sì nei cieli, ma che non cessa di volgere il suo sguardo sulla terra, dove abita l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza e dove il suo Figlio Gesù assicura la sua permanente presenza. Egli – il solo giusto – che intercede per la salvezza di tutti.
Nella prima lettura, Dio mette a parte Abramo del suo profondo dispiacere: il peccato degli abitanti di Sodoma e Gomorra è molto grave. Dio sembra quasi non crederci e vuole verificarlo. Se così fosse, sarebbe molto difficile il perdono. Tuttavia ne parla con Abramo, proprio per farsi strappare un gesto di misericordia. Com’è “umano” questo Dio, quanto ci è vicino! Accusa il peccato dell’uomo, ma fa di tutto per poterlo perdonare… fino a dare il suo stesso Figlio: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» ( Ez 18,23). Abramo intuisce, sta al gioco e si cala nel suo ruolo di intercessore, di “luogo di benedizione” per tutte le famiglie della terra: se ci saranno cinquanta giusti… se ci saranno quaranta… e giù giù fino a dieci. E il Signore promette:non la distruggerò per riguardo a quei dieci.
Abramo sta alla presenza del Signore portando nel cuore il destino di una popolazione. Ecco cos’è la preghiera di intercessione: stare con quella persona o con quella determinata situazione davanti al Signore e presentarla a lui. Abramo ha dovuto fermarsi alla possibilità (ahimè fallita) dell’esistenza di almeno dieci giusti. Nella pienezza del tempo, Dio Padre ha accettato l’unico giusto, suo Figlio Gesù, per mostrare la sua misericordia.
Lo dice Paolo nella seconda lettura: uniti a Cristo nella sua morte, con lui siamo risorti e abbiamo ricevuto il perdono per le nostre colpe, perché Cristo ha inchiodato alla croce il peccato, togliendolo di mezzo.
Attraverso il battesimo siamo diventati realmente figli di Dio e qual è la preghiera del figlio, se non quella che lo invoca come “Padre”? È la preghiera di chi si sente amato, perché sa di essere nel cuore di Dio e di nulla si preoccupa, ma anzi tutto attende da lui. Cerca, bussa e trova. Perché quale padre, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce?… Quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono.
Quale libertà, quale dignità ci dà la preghiera del “Padre nostro”: i santi non riuscivano ad andare al di là della prima parola, tanta era la commozione che li invadeva fino alle lacrime.
E se anche Dio fosse fatto di “carne ed ossa” (ci sia permessa l’espressione), sicuramente lo vedremmo fremere di gioia ogni volta che ci rivolgiamo a lui riconoscendolo Padre.

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