Tutti i mali dell’agropastorizia

I trattori con su issate le bandiere  sono rimasti fermi ma restano in moto pronti a invadere il porto di Olbia se dal Tavolo sulla crisi convocato per domani, 28 luglio, dal presidente della Regione Francesco Pigliaru non arriveranno risposte immediate, a partire dallo stanziamento pronta cassa di 40 milioni di euro per rispondere all’emergenza. È questo il messaggio che i dirigenti di Coldiretti Sardegna hanno lanciato oggi a Cagliari, durante una conferenza stampa convocata al termine dell’assemblea del Consigli provinciali che, dopo la sospensione del blocco dello scalo gallurese previsto per oggi, ha dettato la linea. «Per senso di responsabilità abbiamo sospeso la manifestazione di Olbia e domani parteciperemo al tavolo di crisi convocato dall’ufficio di presidenza della Giunta regionale – ha detto il presidente regionale Battista Cualbu – per un’incontro per noi decisivo: andiamo per avere risposte da mettere in pratica immediatamente anche perché sappiamo che altrimenti sarebbe tutto rinviato a settembre visto che il Consiglio regionale sta per chiudere per le ferie estive. Rinvio da scongiurare perché sarebbe deleterio per le aziende agricole, già provate da una dura crisi precipitata a causa di una siccità senza precedenti che ha causato perdite per circa 120 milioni di euro». Parole che nascondono la polemica a distanza con il Movimento pastori sardi che non ha, almeno per per ora, annunciato ripensamenti sulla manifestazione convocata per mercoledì 2 agosto. Anzi, se Coldiretti sostiene di aver convocato la manifestazione del 27 luglio a causa delle ferie imminenti, Mps fondato da Felice Floris smentisce indirettamente questa affermazione incassando la formale convocazione da parte del presidente del Consiglio regionale Gianfranco Ganau della Conferenza dei capigruppo proprio per ascoltare alle 12.30 del 2 agosto la delegazione del Mps fondato da Felice Floris che arriverà nel Palazzo di via Roma alla testa del corteo che si muoverà, dopo il raduno previsto per ore 9, dal piazzale della Fiera. Per il Movimento si tratterà della prima manifestazione di piazza mentre Coldiretti, come ricorda il direttore regionale Luca Saba «ha manifestato e portato in piazza per ben tre volte in circa un anno la rabbia e i problemi che stanno assillando l’agricoltura sarda», evitando all’ultimo momento e solo dopo la convocazione di Pigliaru «una giornata da incubo ai nostri conterranei e per le 30 mila persone previste in arrivo oggi in Sardegna». Una tregua comunque precaria. «Non ci interessa la manifestazione fine a se stessa ma i risultati – argomenta Cualbu -, per questo stiamo dando una ulteriore possibilità alla Giunta e abbiamo sospeso la protesta di piazza di oggi ma solo a condizione che si riconoscano i danni subiti dal mondo agricolo e si prendano decisioni formali immediate per portare liquidità in casse al verde da tempo. In caso contrario torneremo in piazza con azioni clamorose.Divisi sulla strategia nonostante i vicendevoli richiami all’unità, Movimento pastori e Coldiretti si ritrovano uniti sulle richieste. Basta confrontare la piattaforma annunciata da Coldiretti e riassunta in un lungo dossier diviso per capitoli

SICCITÀ. Il 2017 è ai primi posti tra i più caldi e siccitosi da oltre 200 anni. Coldiretti quantifica in oltre due miliardi le perdite provocate alle coltivazioni e agli allevamenti italiani. In Sardegna la situazione è drammatica: nella seconda decade di luglio le piogge sono state inferiori del 97,4% rispetto alla media. Un dato purtroppo in linea con gli altri mesi del 2017 sempre negativi, che da marzo in poi segna un meno 70% di precipitazioni (fatto salvo giugno). Mentre le temperature sono in media più alte di 3 gradi. Una siccità diffusa che ha già causato nelle campagne sarde, secondo le stime della Coldiretti, una perdita di oltre 120 milioni di euro. Gli allevatori sono rimasti senza pascoli, hanno falciato il 50% del fieno, e subito un drastico calo delle produzioni di latte. La raccolta del grano è stata inferiore del 25%. Gravi danni stanno subendo anche nel settore ortofrutticolo e apistico. L’assenza di acqua ed il troppo caldo stanno colpendo duramente pure il patrimonio boschivo, i vigneti e gli oliveti. La siccità si sta sentendo duramente in tutto il territorio regionale ed è arrivata anche in città con le restrizioni. Ci sono fonti storiche secche e il livello dei bacini scende paurosamente. Drammatica la situazione nel Sulcis dove 4 mila aziende agricole sono rimaste praticamente senz’acqua a causa della siccità e degli incendi. Mentre in Nurra, dove si sta vivendo l’estate più siccitosa dal 1922, il sistema di bacini Temo-Cuga-Bidighinzu è a livelli bassissimi. «Chiediamo alla Regione – dice sempre Coldiretti – lo stanziamento immediato di almeno 40 milioni di euro per alleviare le ingenti perdite nel contingente, oltre che andare in soccorso ed assistere le aziende agricole e pastorali con l’approvvigionamento dell’acqua o l’utilizzo dei pozzi dove possibile. Per il futuro prossimo è necessario il rinnovo delle condotte, completare le opere di interconnessione dei bacini e la possibilità di utilizzo del reflui». Il Governo nazionale invece deve «attivare quanto previsto dal DL. 102/2004, attraverso la moratoria dei debiti, l’esonero dei contributi previdenziali, lo sgravio delle cartelle esattoriali dell’Agenzia delle Entrate e i ruoli in sofferenza, oltre che interventi compensativi che ristorino i danni subiti dalle aziende. Inoltre per fronteggiare al meglio le calamità naturali diviene sempre più necessario creare un meccanismo secondo il modello della Protezione civile per la gestione operativa del sistema delle emergenze e della prevenzione nelle campagne anche attraverso l’utilizzo del D.L. 288/2001 e dare certezza con Argea nella tempestività dell’accertamento e della liquidazione del danno».

PREZZO DEL LATTE. Rispetto a due annate fa si è dimezzato passando da una media di 1,10 euro a litro a 50-60 centesimi, con circa 130 milioni di euro in meno nelle tasche dei pastori. E a pagare la perdita di 150 milioni di euro del mercato, dovuto al crollo del prezzo del Pecorino romano sono solo ed esclusivamente loro, i pastori, con i trasformatori che continuano a privatizzare i profitti e socializzare i debiti. La crisi del Pecorino romano è stata causata, infatti, dalla loro incapacità di programmare le produzioni. Nell’annata 2015-2016, viste le buone prestazioni del Pecorino romano che arrivava ad essere pagato al prezzo record di 10 euro, hanno aumentato le produzioni di centomila quintali, bypassando la programmazione produttiva. Addossavano però le colpe ai soliti pastori rei di produrre troppo latte, secondo le loro stime 100 milioni di litri in più rispetto all’annata precedente. «Stime che si sono rivelate un bluff  – è l’accusa dell’organizzazione agricola ribadita anche in quest’occasione – smascherato da Coldiretti Sardegna l’autunno scorso: il latte prodotto nell’annata 2015 – 2016 è stato di 290 milioni di litri e non 400 milioni come sostenuto dai trasformatori. Queste previsioni sballate e i continui allarmi sulle sovrapproduzioni di latte e l’imminente crisi del settore ha portato il panico nel comparto: le cooperative e i caseifici più deboli dal punto di vista finanziario hanno cominciato ad abbassare il prezzo del Pecorino pur di non rischiare di tenerselo in magazzino, mentre i compratori ne hanno approfittato. La speculazione dei trasformatori è stata confermata anche quest’anno. Risulta infatti che le scorte di Pecorino romano prodotto nell’annata 2015-16 siano state vendute, mentre quest’anno se ne sta producendo molto di meno (fino ad aprile -25%) anche perché la produzione di latte è crollata a causa della nevicata straordinaria di gennaio prima, e per la siccità e la calura dopo.  A differenza dello scorso anno però, nessuno ha voluto rassicurare il mercato con dati che avrebbero incoraggiato e dato fiducia al mercato, aiutando a rialzare il prezzo del formaggio, e del latte, rimasto invece inchiodato a 50/60 centesimi. Eppure con il precipitare della crisi, con l’organismo interprofessionale che non partiva, l’attenzione è stata rivolta alla Regione per chiedere la liquidità necessaria alla sopravvivenza nel contingente dei pastori, che con 50 centesimi lavorano in perdita, mentre i trasformatori, come sempre, sono rimasti all’ombra ed indisturbati».

CRONOPROGRAMMA PER LE MISURE DE MINIMIS.

È  emergenza e in questo momento è necessario salvare i pastori , ribadisce ancora Coldiretti chiedendo alla Regione di garantire tempi certi per la modifica della legge con la quali erano stati stanziati in finanziaria 2017, i 14 milioni di euro da destinare all’acquisto di pecorino per gli indigenti. «La prossima settimana occorre modificare in Consiglio la legge per destinare 12 dei 14 milioni ai pastori sotto forma di de minimis; poi approvare il bando entro agosto per cominciare a liquidare ai primi di novembre 2017. Inoltre – è la precisa richiesta da portare al Tavolo della crisi regionale –  occorre riprendere e accelerare la costituzione del progetto del Consorzio di secondo livello che consentirebbe di dare maggior forza al mondo cooperativistico oggi in  netta difficoltà. Una proposta semplice quanto pratica che porterebbe quella concorrenza da più parti auspicata. Si tratterebbe di aggregare in un unico consorzio tutte le cooperative che producono Pecorino romano, che vedrebbe in fase di start up la compartecipazione della Sfirs con propri fondi. In questo modo si unirebbe una parte oggi disaggregata che produce oltre intorno al 70 per cento del Pecorino romano, consentendogli di esercitare e imprimere nel mercato la propria forza. Senza dimenticare il richiamo alla responsabilità da parte della Regione ai trasformatori con la pubblicazione dei dati che consentano una trasparente programmazione delle produzioni e del comparto. Per questo, come Coldiretti Sardegna ha sempre sottolineato, tutti gli strumenti a favore dei trasformatori devono essere legati alla trasparenza dei dati»

FILIERA DEL GRANO. Negli ultimi due anni il prezzo del grano è crollato di oltre il 30 per cento, passando dai 30 euro del 2015 a meno di 20 nel 2016, ai 20-18 attuali: nel 1976 – ricorda il dossier – un contadino per un quintale di grano riceveva 48 mila lire. Negli ultimi 12 anni la superficie destinata alla coltivazione del grano è scesa del 60 per cento, perdendo 58.129 ettari. Si è passati dai 96.710 ettari coltivati nel 2004 ai 38.581 del 2015. Ma, visto che non si riesce neanche a pareggiare i costi di produzione, il rischio è anche quello di perdere questi 40mila ettari se non ci saranno misure immediate e forti in grado di difendere il grano sardo da questa crisi dovuta alla concorrenza sleale che arriva dall’estero. A maggior ragione occorre opporsi alla ratifica da parte del Parlamento del CETA, l’accordo commerciale tra Unione Europea e Canada. «Avevamo chiesto – ricorda Coldiretti –  l’istituzione di un osservatorio permanente sulle produzioni e sulle quotazioni dei cereali in Sardegna alla stregua di quello nato per il settore ovicaprino; un intervento regionale per l’utilizzo all’interno di tutte le mense pubbliche di pane e pasta made in Sardegna utilizzando grano 100% sardo; il rifinanziamento del de minimis ex legge 15/2010 (1milione di euro) ed estensione alle microfiliere locali».

PREMI COMUNITARI BLOCCATI. La situazione è da troppo tempo insostenibile con il comparto non più in grado di reggere il ritardo dei pagamenti dei premi della Pac. Sono tante e da diversi anni, infatti, le domande bloccate che non consentono l’arrivo in azienda dei premi comunitari ormai già messi in bilancio. Coldiretti ribadisce la richiesta di istituire una task force all’interno di Argea per smaltire tutto l’arretrato e portare in linea i pagamenti del Piano di sviluppo rurale: «In un momento straordinario servono interventi straordinari dove tutto l’apparato degli Enti Agricoli deve essere solidale con le imprese mettendo il massimo sforzo nella risoluzione dei problemi».

ORGANISMO PAGATORE REGIONALE. Ormai sono passati tre anni dalla richiesta dell’istituzione dell’Organismo pagatore regionale, più volte deliberata ma mai attuata. «Con agenzia nazionale Agea azzoppata dai tagli statali, che ne limitano l’operatività, la Regione deve avere il coraggio e soprattutto la forza di ottenere l’accreditamento dell’Organismo pagatore regionale che snellirebbe le procedure e agevolerebbe la liquidazione delle pratiche in minor tempo. Si tratta di uno di quei percorsi virtuosi che si devono intraprendere per avvicinare la pubblica amministrazione ai bisogni reali delle imprese agricole.

REFRESH. La classificazione di terreni pascolativi in bosco, senza tenere conto della peculiarità sarda e dei pascoli alberati, ha portato a congelare il pagamento di decine di milioni di euro di premi comunitari che non spetterebbero per i boschi . Problema sollevato da Coldiretti dal mese di novembre 2014: «L’ultimo aggiornamento delle aereofotografie effettuato da Agea nel 2013, penalizza oltremodo la Sardegna, le zone interne in particolare, in quanto non rispecchia il nostro territorio caratterizzato da un’alta estensione della macchia mediterranea. Si è dovuto aspettare un anno, prima che nell’ottobre 2015 fosse accolta la soluzione da noi prospettata e cioè  la riapertura dei termini per riesaminare le istanze delle domande del Psr e della Pac nelle quali sono state riscontrate delle anomalie a causa del refresh. A distanza di quasi due anni gli sportelli regionali, in cui dovevano essere riesaminate queste pratiche, non sono stati ancora attivati».

PSR 2014-2020 ANCORA FERMO. La Sardegna non è riuscita a spendere 28,346 milioni di euro (tra fondi comunitari, statali e regionali) del vecchio Piano di sviluppo rurale ed è al terzo posto nella lista nera delle Regioni italiane che hanno disimpegnato più fondi comunitari (dopo Sicilia e Campania); senza contare che diversi milioni sono stati spesi all’ultimo momento: 10,7 milioni per l’acquisto di mezzi (vedi terne) di cui l’agricoltura sarda non potrà mai goderne gli effetti. «Insomma soldi spesi tanto per rendicontarli», accusa Coldiretti riferendosi al passato mentre nel presente «a ormai due anni dal via libera arrivato dall’Europa per il nuovo Psr 2014-20, sono stati aperti, pochi bandi con tutte le conseguenze per le imprese agricole, posto che il Psr è lo strumento più importante per il sostegno e lo sviluppo dell’agricoltura. se la gestione del PSR 2014-2020 dovesse proseguire a questi ritmi, la Regione Sardegna sarà ancora destinata a restituire fondi comunitari e statali. Su questi ritardi ha influito l’aver “smontato” e “parcheggiato” il Sistema informatico agricolo regionale (Siar), per il quale la Regione ha speso diversi milioni di euro (decisione tra l’altro che va nella direzione opposta all’istituzione dell’organismo pagatore regionale)».

CREDITO. L’indebitamento dell’agricoltura sarda nei confronti delle banche è stimato in circa 800 milioni di euro. La vecchia provincia di Cagliari è in Italia il territorio più in sofferenza dopo la provincia di Latina, rappresentando oltre il 60% del dato regionale. La ristrutturazione del debito, insieme ad altri interventi finalizzati a favorire l’accesso al credito, è indicata nel Programma Regionale di Sviluppo (PRS) approvato nel 2014 dalla Giunta e dal Consiglio regionale. «È scoraggiante rilevare la distanza che c’è tra i documenti che vengono elaborati ed il concreto dispiegarsi delle conseguenti azioni», decisa a calare sul Tavolo di crisi anche la richiesta di «un intervento sinergico tra la Regione, la Sfirs e le banche per individuare un percorso per la ristrutturazione e il riposizionamento dei debiti che consenta alle tantissime aziende agricole di scrollarsi i pesi del passato derivanti spesso da azioni politiche poco attente. Azione questa che deve essere inclusiva anche del mondo cooperativistico che ha una forte esposizione debitoria». COSTO ACQUA. Incide moltissimo nei bilanci delle aziende essendo l’agricoltura il comparto che presenta un fabbisogno irriguo pari al 70% della disponibilità complessiva. Gli imprenditori agricoli vivono ancora nell’incertezza di un costo certo dell’acqua dovuta ad una legge riformata che non ha funzionato: «Se si vuole una agricoltura competitiva, è necessario innanzitutto garantire quantità adeguate di acqua ed a costi sostenibili e certi, senza scaricare i debiti della mala politica attuata negli anni dai Consorzi di bonifica ai consorziati. La Regione deve mettere in atto il piano di riorganizzazione delle strutture dei Consorzi di bonifica, che dovranno avere maggiore autonomia gestionale, essere liberati dalle ingerenze del mondo politico, ed ottenere un sostegno finanziario regionale finalizzato ad attenuare le ricadute dei costi di gestione sugli agricoltori. Inoltre occorre: gestire gli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili per abbattere il costo dei ruoli; superare la gestione commissariale nei consorzi di bonifica; risanare finanziariamente i consorzi, attraverso la nomina di un commissario ad acta per l’accertamento e la liquidazione della passività; una norma che certifichi le risorse finanziarie e garantisca le risorse per una gestione sostenibile dell’acqua quale strumento per le imprese, il territorio e la società».

FAUNA SELVATICA. In un comparto agricolo che sembra non farsi mancare niente, anche su questo fronte – denuncia il promemoria – si riscontrano insufficienti risposte nonostante una lunga e costante richiesta di intervento con una politica seria e programmata che contenga l’imperversare di cinghiali, cornacchie, cervi (nell’arborense se ne contano 28 capi per km quadrato rispetto ai 7 della media europea), cormorani (aumentati nelle zone umide dell’oristanese dell’86,5 per cento in 6 anni, dal 2008 al 2014) e nutrie. «Animali – sottolinea Coldiretti – che stanno crescendo in maniera esponenziale e con essi i danni subiti dalle aziende agricole che spesso si ritrovano a non poter programmare con tranquillità il proprio lavoro. Senza contare che non possono neppure usufruire di un ristoro per i danni subiti a causa della troppa burocrazia e delle sempre più esigue somme stanziate. Chiediamo azioni efficaci per il controllo delle popolazioni degli animali dannosi e il rafforzamento degli interventi di indennizzo compatibilmente con gli aiuti europei».

 COMPARTO PESCA E ACQUACOLTURA. Il settore sta vivendo un momento di difficoltà fra i peggiori degli ultimi vent’anni, mentre i consumi di prodotti ittici sono soddisfatti dai prodotti di importazione per oltre l’80%. che passano in secondo piano rispetto alle emergenze di agricoltura e allevamento. «Inoltre l’Unione Europea ragione in termini di Politiche Marittime Integrate: chiediamo con forza – ribadisce Coldiretti – l’istituzione di una Direzione Generale che possa dare dignità al Comparto, le cui competenze sono oggi frammentate in almeno quattro diversi assessorati e una politica di accesso al credito che possa consentire alle aziende di cogliere l’opportunità di utilizzare i fondi europei a disposizione. Ad oggi le Aziende di questo settore produttive sono state dimenticate dagli interventi regionali e della Sfirs. Appare quanto mai necessaria un’azione di controllo e repressione nei confronti dei fenomeni di pesca illegale ed abusivismo, che hanno portato ad un vero e proprio mercato parallelo dei prodotti ittici che danneggia gli operatori seri, favorito dalla mancanza di trasparenza e tracciabilità sul mercato. In questo senso è urgente istituire un osservatorio che fornisca dati reali sulle produzioni locali. Il problema dei cormorani, dei delfini ed in genere di tutta la fauna selvatica e delle specie protette o “non cacciabili” stanno creando gravi danni, senza che mai si sia lavorato per una soluzione seria e definitiva. Chiediamo quindi una legge regionale ad hoc, da notificare immediatamente all’Ue, per risarcire i danni pesantissimi subiti ogni anno dagli operatori».

PICCOLA PESCA COSTIERA. Il settore (poco oltre mille delle circa 1300 barche iscritte in Sardegna è sempre più in difficoltà, alle prese con normative “distanti”, legate alla poca sensibilità delle istituzioni europee verso questo segmento sconosciuto ai paesi della fascia atlantica del continente e con un mercato che non riesce a valorizzare le tipicità e le produzioni locali. «Chiediamo inoltre che la Regione si attivi per richiedere l’ampliamento delle quote di tonno e di pesce spada in capo ai piccoli operatori, nonché l’ampliamento delle quote relative alle catture accessorie».

ACQUACOLTURA E LAGUNE. Per questo comparto Coldiretti riproporrà alla Giunta regionale la richiesta di chiediamo l’approvazione immediata di una legge regionale che regolamenti il rinnovo delle concessioni demaniali marittime per rideterminare i canoni annui. A questo proposito si fa come esempio presente che  «dei 4.400.000 euro assegnati nel vecchio FEP la spesa è stata di circa 400.000 euro, con 4 milioni di euro non spesi (dati Argea Sardegna). Ciò, va chiarito, perché le Aziende non potevano garantire la “cogenza” delle concessioni demaniali marittime per il periodo minimo di cinque anni, requisito fondamentale  richiesto dall’Ue. E la soluzione proposta dagli uffici, di richiedere alle Aziende costose fidejussioni bancarie ed assicurative non ha sortito effetto, poiché tali garanzie sono risultate difficilmente ottenibili in questo contesto economico e finanziario, se non a condizioni che non rendevano sostenibile l’investimento».

FILIERA SUINA. Sul tappeto lo spinoso problema della peste suina africana. «Gli ultimi interventi – accusa l’organizzazione agricola – seppur più concreti dei precedenti, ancora oggi non hanno consentito alla filiera suinicola sarda la possibilità di uno sviluppo che potrebbe dare numerosi posti di lavoro in Sardegna. Si chiede un intervento risolutivo e definitivo che ridia dignità a questa filiera. Quasi il 50% del patrimonio suino è stato perso dal 2011 ad oggi (oltre centomila capi) con  i relativi posti di lavoro e reddito diretto ed indiretto. Insieme all’Unione cacciatori Sardegna è stata anche redatta una proposta di legge che prevede sinergie tra agricoltori e cacciatori e mira, oltre a limitare la fauna selvatica, a limitare ed eliminare, in soli due anni la peste suina dalle zone rosse, con la deroga della caccia che porti ad una riduzione drastica dei cinghiali, involontari veicolo della peste suina verso quelli ungulati che popolano le zone bianche».

FILIERA BOVINA. «La programmazione della nuova misura sul benessere animale bovino – sottolinea infine Coldiretti – non è premiante per gli allevamenti da carne della Sardegna che sviluppano la linea vacca vitello: occorre una revisione che apra anche agli allevatori che producono i blue tarde la possibilità di accesso al premio».