La paura e la speranza
di Giovanni Graziano Manca

16 Dicembre 2020

3' di lettura

La società moderna viene definita dallo studioso tedesco Ulrich Beck la “società del rischio”. Tale espressione, secondo quanto lo stesso autore tedesco scrive, intende significare che i contesti in cui viviamo sono la manifestazione concreta di uno sviluppo sociale in cui l’attesa di eventi imprevisti e dei possibili rischi ad essi collegati domina sempre più lo scenario esistenziale delle persone e delle famiglie, determinando un amplissimo ventaglio di possibili rischi individuali e collettivi. Dal canto suo, Zygmunt Bauman nei suoi libri ci ricorda quanto la società del nostro tempo sia costantemente “sotto assedio” e ci mette in guardia rispetto ai pericoli di una modernità oltremodo flessibile (l’accademico polacco la definisce “liquida”) in cui anche i rapporti umani vengono descritti come troppo fragili. Tali pericoli, peraltro, sono causa di conseguenze negative che a qualsiasi latitudine si ripercuotono sulle fasce più deboli della popolazione. In questa temperie di grande incertezza le tecnologie e la rete, le amicizie e le relazioni sociali virtuali diventano la nostra coperta di Linus mentre uno dei sentimenti che maggiormente in questi ultimi decenni continua a diffondersi è la paura. Come potrebbe essere altrimenti, del resto? Individualismo, incapacità di comunicare, mancanza di lavoro con tutte le conseguenti difficoltà economiche che determinano anche l’impossibilità per molti di metter su casa e famiglia impediscono soprattutto a coloro che appartengono alle più giovani generazioni di scorgere anche a distanza barlumi di futuro. Vigono l’eterna precarietà, il pessimismo, la sfiducia, l’accidia. Sembra mancare, soprattutto, la speranza. Ma ad essa, si deve guardare, e di essa occorre fare un imperativo interiore irrinunciabile!

Il poeta nuorese Giovanni Piga, la cui felice ispirazione poetica, scrive Gonario Pinna, va di pari passo con l’analisi intimistica della condizione umana e con l’esaltazione degli affetti familiari e del sentimento di solidarietà tra gli uomini, scrive nel componimento poetico Sa die: “Est denotte mannu…/e deo a manos juntas, che a semper, preco e isetto s’incrasa ‘e sa bida/s’impuddile de un’atera die:/chin su durche accasazu ‘e su sole,/chin pisiliches nobos/de frorios apentos chi m’iffercan,/a puas de passenzia,/sas cambas mesu siccas de su coro.//Est denotte mannu…/ E deo, a manos juntas, che a semper/preco e isetto s’incrasa/ de un’atera die… de amore, biadu chies’accattat…/biadu chie la biet/sa cara ‘e su Segnore.// Al di là del sentimento religioso e della intensità di una fede che largamente traspare dalla lettura dei versi proposti, il poeta appare animato da una implicita speranzosa attesa: quella per il domani della vita e per un nuovo giorno d’amore; alla prima aspettativa Piga ne fa seguire un’altra: che l’alba del nuovo giorno si manifesti attraverso le dolci carezze del sole e con nuovi grappoli di fiorenti risorse che innestino i rami secchi del cuore. Quanta profondità e quanta consapevole interiore speranza in questi versi dolcemente malinconici, quanta fiducia riposta nell’alba da venire! Quanta saggezza antica, di cui non siamo più abituati a vedere e sentire le manifestazioni tra molte delle persone che ci circondano!

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