La follia della croce

Cesarea di Filippo è il luogo più lontano da Gerusalemme raggiunto da Gesù. Gesù non sceglie un luogo particolare come il Tempio, il Giordano o la sinagoga per porre ai discepoli la domanda: «La gente che dice che io sia?» (Mc 8,27). Sceglie la strada, la casa di tutti: poveri e ricchi, religiosi e indifferenti, giovani e adulti, sani e malati. Gesù non va alla ricerca dell’indice di popolarità, ancor meno di progetti di affermazione politica o religiosa. Nella strada tutti pensano e giudicano a voce alta, e si ha il polso della situazione sociale, religiosa e politica del popolo. Ivi Dio si fa compagno di viaggio in Gesù con insegnamenti sapienti e gesti di tenera compassione. La strada è la prima casa della Chiesa, senza porte o steccati, dentro il fluire della storia degli uomini, sempre “in uscita” secondo la famosa espressione di Papa Francesco.
Chi è Gesù Cristo e di conseguenza chi sono i cristiani? Domanda sempre attuale che non finisce di interpellare gli uomini, raccogliendo le risposte più varie: da quelle appassionate dei mistici a quelle eroiche dei martiri, dalle manifestazioni corali della religiosità popolare a quelle dei fedeli impegnati nella pastorale, nella politica e nella cultura. Per tanti è un uomo straordinario che ha cambiato la storia, per altri il fondatore di una religione sempre più estranea alle scelte dell’uomo moderno.
«Ed essi gli risposero: Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti» (v. 28). Di fronte alla novità dei suoi segni e delle sue parole, la gente rimane prigioniera del passato. La moltiplicazione dei pani come la manna del deserto rievocano i profeti e rinfrescano un vago messianismo. I profeti sono morti, gli ebrei nel deserto sono morti: il Vivo è confuso con i morti. «Ma voi, chi dite che io sia?» (v. 29). Pietro dà una risposta precisa dal punto di vista teologico: «Tu sei il Cristo» (v. 29); anzi assicura la fedeltà totale sua e dei discepoli. Tutto si complica quando Gesù svela completamente le carte del suo futuro di croce e di morte, mettendo in crisi i sogni e le illusioni. La difficoltà di Pietro di fronte a queste parole inaccettabili sono in fondo quelle dei cristiani di tutti i tempi. È duro vedere un disegno salvifico quando la croce dagli altari, dalle catenine
d’oro, dalle vette dei monti scende a piantarsi dentro la carne dell’uomo, a illuminare il mistero del dolore innocente, a rispondere alla apparente e terribile vittoria del male.
«E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto…venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere» (v. 31). Siamo al primo annuncio della passione. Gesù parla con franchezza e libertà, usa il verbo “doveva” per proclamare il primato della fedeltà alla volontà del Padre e la totale verità della sua realtà messianica. Pietro invece parla “in disparte” non per trarre le conseguenze della sua confessione precedente, ma per distogliere il Maestro dal cammino della passione e della croce.
«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (v. 34). L’invito di Gesù non è una bella canzone che liscia la pelle senza graffiare il cuore, senza sconvolgere la vita.
Solo dentro la “follia della croce” la risposta del cristiano è audace e coerente, e diventa esperienza di salvezza, offerta di speranza al mondo.
Appare così, in tutta la luce di verità e di libertà, la proposta di Cristo alle folle odierne, smarrite e preoccupate da un futuro che avanza carico di tenebre e di paure.

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