La festa mesta della tosatura

Per il mondo delle campagne è durante la “stagione calda” che si svolge il rito de “su tunninzu”, la tosatura delle pecore. Ma per i pastori questo mese di giugno, più che caldo è rovente. La situazione che vive il comparto è drammatica: i territori sono riarsi a causa di una siccità record; il prezzo del latte è ai minimi storici, così come la carne d’agnello, che molti ormai non vendono neppure più e preferiscono darla in pasto ai cani. La categoria è allo stremo e il nervosismo tra gli allevatori sta salendo. Il termometro segna rosso e le manifestazioni di protesta, come il recente blocco della principale arteria isolana, la 131 Carlo Felice, risultano sempre più un misero palliativo, cadendo dopo pochi giorni in un silenzio assordante; specialmente quello delle istituzioni, che invero dovrebbero garantire la tutela del principale settore produttivo sardo. Mai come adesso le aziende agropastorali si sentono abbandonate, in balia delle spietate dinamiche dei mercati, che non lasciano più margini di manovra. Sono lontani i tempi in cui negli ovili, “su tunninzu” era una vera festa, e il ricavato della vendita della lana costituiva un’importante entrata economica. Fino a qualche decennio fa veniva pagata circa due mila lire il chilo, che con la rivalutazione monetaria sarebbero due euro e cinquanta centesimi odierni. E invece il vello ovino oggi ha un prezzo sul mercato assolutamente ridicolo, 20 centesimi al chilogrammo. Per questo molti allevatori preferiscono tenerla in deposito, in attesa di tempi migliori.
Eppure parliamo di un prodotto di eccellenza, con importanti possibilità di utilizzo. C’è chi, molto sagacemente, la trasforma e ne ricava materiali per l’edilizia, da utilizzare nei pannelli termoisolanti, igrometrici e disinquinanti, evitando lo smaltimento come effetto dannoso e al contempo creando prodotti per il benessere. Come l’imprenditrice Daniela Ducato, industriale di Guspini, che produce materiali pregiati dalle rimanenze e dai rifiuti, e nelle sue mani diventano materie prime per nuovi prodotti. A Bitti, paese con uno dei più alti numeri di capi ovini in Sardegna (55 mila), Daniela Ducato fa impresa con la ditta Crabolu nel recupero degli scarti della lana di pecora, quella autoctona sarda. È la migliore al mondo per l’isolamento termico e acustico, anche in presenza di un forte tasso di umidità, perché crea una barriera fonoisolante, riduce la condensa e migliora la salubrità dell’ambiente. In tutta l’isola ci sono oltre tre milioni di capi ovini, una produzione di assoluto rilievo quindi. Sfortunatamente la maggior parte della lana finisce comunque per essere venduta sotto costo, a quei pochi commercianti che ritirano il prodotto. Arrivano quasi sempre dalla Sicilia e dalla Campania e il prezzo lo fanno loro, in regime di monopolio.
Oggi il rito della tosatura, antica pratica e affascinante momento per chi volesse addentrarsi in questo mondo arcaico, viene riproposto in chiave turistico-culturale dall’azienda “Ertìla”, alle falde di “Punta sa Donna”, la cima più alta del territorio di Bitti. «La tecnica è quella tramandataci dai nostri avi – dice Goto Demurtas, titolare della struttura agrituristica – e il luogo è lo stesso in cui da sempre, a nostra memoria, avveniva “su tunninzu”. Accogliamo gli ospiti all’ombra delle secolari querce, e da dove si può godere di una delle viste panoramiche più suggestive dell’intera zona». C’è da dire infatti che “Ertìla” si trova a ridosso del Parco naturale di Tepilora, oasi ambientale che nei giorni scorsi a Parigi ha ricevuto il riconoscimento Unesco “Man and Biosphere”, area di armonioso connubio tra uomo e natura. Il rito si apre di primo mattino con “s’abbovu”, il ritrovo dei partecipanti, quando viene offerto il caffè e, come da usanza, un goccio di acquavite locale. Subito dopo inizia la tosatura, con le pecore che vengono condotte all’interno del recinto, “sa mandra”, dove abilmente e con l’ausilio delle forbici di ferro, “sas ortiches de tunnere”, le mani esperte dei pastori rimuovono il vello agli animali. La tradizione vuole che gli allevatori vivessero questa giornata di lavoro come un giorno di festa e di scambio di favori tra amici e confinanti di pascolo; cortesia che a turno veniva poi ricambiata. Ecco quindi che il pranzo viene vissuto come importante momento conviviale e di amicizia. «Non possiamo che cucinare ciò che una volta allietava i palati dei nostri padri, con “sa merenna”, rigorosamente a base di pecora – ha proseguito Demurtas –. Serviamo il sanguinaccio e la cordula (sambenes e cordas), la pasta al sugo (macarrones de poddiche chin bagna ’e petza ’e erveke), carne di pecora con patate (petza ’e erveke a buddu chin patatas). Dopo il caffè, per favorire la digestione, è d’obbligo servire l’acquavite o talvolta il mirto e il limoncino, fatti rigorosamente in casa».

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