La festa della vendemmia

“Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore” (Gv 10,1), “Io sono la vite, voi i tralci” (v.5). Fermarsi in una vigna per gustarne colori, sapori, frutti, e contemplare volto e mani dell’agricoltore, permette di raccogliere le numerose suggestioni della parabola. Israele è la vigna piantata dal Padre. Nella Bibbia canta il suo amore per essa, elenca le iniziative in vista di una abbondante raccolto; per mezzo dei profeti confessa la delusione per la resa fallimentare. Gesù applica a se stesso l’immagine della vite nel secondo discorso di addio dell’ultima Cena. È lui il nuovo e vero Israele di cui il Padre si dichiara soddisfatto per i frutti abbondanti. È il mediatore che immette la vita divina nei tralci, inaugurando i giorni nuovi della speranza. Noi tralci in questa vigna giochiamo le scelte decisive del nostro destino.
“Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto” (v.2). Nell’agricoltore c’è pazienza infinita, spalmata nei tempi della presenza e dell’assenza, della carezza e della potatura, della soddisfazione e della delusione. Il tralcio ogni giorno si interroga sull’agricoltore per decifrarne il mistero e le decisioni. Il tralcio privo di grappoli è morto.
La parabola per frutto intende l’amore del prossimo. Non amare gli altri è essere morti. “Alla sera della vita – scrive San Giovannni della Croce – saremo giudicati sull’amore”. E stranamente ci si può dichiarare discepoli di Gesù ed essere rami secchi. La fede prima che verità da credere e liturgie da celebrare è incontro con una Persona che ci trasforma in lui per diventare dono di amore ai fratelli.
“Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16), in un Dio che prima di tutto è amore, gratuito e incondizionato. “Dimorate in me ed io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non dimora nella vite, così neppure voi se non dimorate in me” (v.4).
Per 8 volte viene ripetuto “dimorare” come condizione essenziale di vita cristiana. La nostra dimora è dove amiamo, viviamo, progettiamo. Dimorare in Cristo è portare frutti di vita eterna perché la vite e i tralci hanno la stessa linfa vitale dell’amore.
In Gesù, che è figlio e fratello, ritroviamo il senso della dignità nostra e degli altri. In caso contrario rimaniamo nell’inverno delle angosce, paure, ansie, senza approdare alla fioritura primaverile e alla festa della vendemmia. Su questo ogni giorno Chiesa e fedeli siamo giudicati sulle piazze: lo sguardo critico è specie oggi da preferire a quello indifferente. “Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto” (v.5). Questo rapporto di amore si apre alla fecondità della fede. Il trionfo della cronaca nera, lo stile rissoso dei dibattiti politici e culturali, la fatica di accettare gli altri come sono, spengono i riflettori su innumerevoli testimoni di Cristo a iniziare daquelli della porta accanto.
Non portare frutto è rifiutare anche i giorni della creazione: siate fecondi e moltiplicatevi. È il volto del peccato che ferisce più l’uomo che Dio, più la comunità che il singolo.
La parola accolta e fatta nostra è certezza della vendemmia, quella certezza serena di chi confida più nell’essere cercato da Dio che nella propria ansiosa ricerca di Dio. Da amati ad amanti: ecco chi siamo. “Le sue parole rimangono in noi, – commenta Sant’Agostino – quando facciamo ciò che egli ci ha ordinato e desideriamo ciò che ci ha promesso”.

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