La fatica del riconoscersi

La quarta puntata della rubrica curata dagli studenti del Liceo Classico di Nuoro. Libriamoci è un progetto coordinato dalle docenti Venturella Frogheri e Paola Serra.

Di recente abbiamo assistito alla pubblicazione del disco “Prisoner 709” del cantautore italiano Michele Salvemini, meglio conosciuto come Caparezza. L’album è incentrato sul “non riconoscere se stessi”; il numero del “prigioniero” è infatti l’emblema di questa lotta giocata sulla dicotomia tra Michele (sette lettere), persona, e Caparezza (nove lettere), cantante, laddove lo zero rappresenta il dissidio interiore che l’artista vive.Esaminando l’album saltano all’occhio, in posizione incipitaria ed excipitaria, due tracce, dal nome “Prosopagnosia” e “Prosopagno Sia!”, rappresentanti l’inizio e la fine del suo percorso di autoaccettazione.
Cos’è la prosopagnosia? Già dall’etimologia possiamo comprendere l’entità di questo deficit:πρόσωπον (prósopon), termine che in greco rappresentava la maschera teatrale, prendendo successivamente, in età romana, il significato di “ parlare attraverso”, fino a venire inteso come volto e quindi “ persona”; άγνωσία (agnosía) proviene invece dal termine greco γν σις (gnòsis) “conoscenza” preceduto dall’alfa privativa, che, costituendo una negazione, gli fa quindi assumere il significato di “ mancanza di conoscenza”, ovvero “ ignoranza”: la prosopagnosia consistenell’incapacità di riconoscere, unicamente sulla base dei caratteri fisionomici, persone a noi note.
Gli studi inerenti ad esso iniziarono già nel XIX secolo, ma il termine fu coniato solo nel 1947 dal neurologo tedesco Joachim Bodamer: è questo un disturbo cognitivo del sistema nervoso centrale, che può essere congenito oppure acquisito, ovvero presentarsi in seguito ad un trauma; si stima che circa un milione di italiani ne soffrano, in maniera più o meno grave.
Tale deficit si può manifestare in diversi gradi, nei più gravi si può persino giungere a non riconoscere il proprio volto; è proprio a questa forma che si rifà Caparezza nell’album in questione utilizzando il termine “impropriamente”, presentandolo non come disturbo, ma come condizione esistenziale: difatti il “non riconoscersi” è un aspetto che da sempre ha assillato il genere umano, portando gli uomini ad interrogarsi su quale che sia la propria persona e spesso portandolo a scegliere chi essere e a conformarsi a questa scelta: quindi in che misura ciò che crediamo di essere è ciò che siamo per natura, e invece quanto di noi è artificio?

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