La Chiesa in questo tempo. Uno “spettacolo” di carità

 

Due articoli hanno attirato la mia attenzione, apparsi nello stesso giorno, lo scorso 8 maggio sul Corriere della Sera e su Repubblica, firmati rispettivamente da Sandro Veronesi e Paolo Rodari, perché hanno affrontato il tema del ruolo della Chiesa in questo tempo, scegliendo (finalmente) di riflettervi senza condizionamenti ideologici. I titoli sono esemplificativi: “Coronavirus, in panne i laici, cattolici avanti” (Veronesi); “La Chiesa aiuta i nuovi poveri: ‘portiamo il cibo di casa in casa’” (Rodari). Come ha scritto Avvenire, citando i due articoli, si tratta di «un riconoscimento alla cultura e ai valori cattolici, a chi se ne fa testimone in questi tempi difficili».
Che i valori cattolici non abbiano spesso una “buona stampa” è risaputo, e talvolta sembra inutile rammaricarsene visto che a ogni possibile rivendicazione – anche solo di fatti – i credenti sono tacciati non solo di ingerenza ma anche di pretendere di far parlare di sé, “colpa” insopportabile per molti commentatori o presunti tali. A maggior ragione, leggere i commenti di due giornalisti laici rende non solo onore alla verità, ma restituisce valore all’impegno dei cattolici, dal Papa fino ai sacerdoti, diaconi e religiosi, senza naturalmente dimenticare la massa – proprio così – di laici volontari che, nella Caritas o in altre associazioni, testimoniano la capacità della Chiesa di vivere questo tempo difficile esercitando la carità quotidiana e l’attenzione concreta verso i vecchi e i nuovi poveri. Certo, non è escluso che molti continuino a vedere la presenza e l’azione dellaChiesa semplicemente come un mosaico (apprezzato) di gesti umanitari, dimenticandosi– ma poco importa – che la fonte di tanta sensibilità nasce da una qualità spirituale e morale, a loro volta alimentate dalla Parola e dall’Eucaristia. In realtà la Chiesa generapositività nella società grazie alla sua semprenuova capacità di cogliere le autentiche esigenze della realtà, rispondendovi
con veloce intuizione e con un altrettanto investimento di persone e di strumenti.
Chi si lamenta, a turno, con domande del tipo: “Ma cosa sta facendo la Chiesa?” oppure: “Che fine hanno fatto i fondi ottenuti dall’8xmille?”, dovrebbe almeno riconoscere che la stagione del coronavirus ha messo in evidenza la vivacità e la creatività delle comunità cristiane che, spesso senza andare nei giornali o nelle tv, hanno offerto uno “spettacolo” di carità impressionante – anche come supplenza per altre carenze – sia per le risorse economiche utilizzate ma, soprattutto, per quelle umane, persone cioè che andavano incontro ad altre persone in difficoltà per mancanza di cibo, di lavoro e di speranza. Anche la mancanza dell’Eucaristia, la possibilità di nutrirsi del Pane di vita nella Messa – quel digiuno eucaristico tanto faticoso in questo tempo – ha paradossalmente evidenziato come molte persone hanno “spezzato” la propria vita a servizio delle altre, riscoprendo la forza della fede anche attraverso la “rinuncia” – per motivi contingenti – a nutrirsi di Dio per non smettere comunque di nutrire, a Nome suo, gli altri, i più bisognosi.
Ora che si riapre, seppur parzialmente alle celebrazioni comunitarie, dovremo partire proprio da questo, perché la Messa ritorni ad essere anche una verifica di quanto siamo disposti a perdere noi stessi per la vita degli altri, ad immagine del nostro Maestro.

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