La buona battaglia di Lella

Ci sono storie che, seppur attraversate dal dolore, brillano di gioia e speranza. Grazietta Virdis, detta Lella, Presidente dell’associazione Hasterix e madre di Alessandro, un ventiseienne dal cuore d’oro, ci racconta la sua esperienza di vita.
Come è iniziata questa avventura?
«Ho sentito parlare dell’associazione Hasterix, per la prima volta, quando dalla scuola ci mandarono una comunicazione in cui si diceva che ci sarebbe stata una manifestazione sportiva per persone con disabilità. Abbiamo accettato l’invito, e una volta lì ho provato subito delle emozioni fortissime. Mi ricordo in particolar modo due donne che correvano tutto il tempo prese per mano. Quando hanno iniziano la gara di corsa e una delle due era quasi arrivata prima al traguardo, voltandosi si accorse che l’amica non era più accanto a lei, ma correva tra gli ultimi posti. Allora, tornando indietro, le è andata incontro: sono arrivate prese per mano al traguardo, ultime ma felicissime. Da quel momento ho capito che avrei iniziato il mio percorso all’interno dell’associazione ed abbiamo iniziato a frequentarli. Oggi veniamo ad allenarci per partecipare alle competizioni».
Com’è vivere questa esperienza anche da mamma?
«Molte persone non si rendono conto che quella dei genitori come me è una realtà a parte. Io non posso lasciarlo a casa senza far niente, col cellulare o la PlayStation. A casa nostra viene un’educatrice che continua a fargli fare delle attività fatte a scuola, come leggere e scrivere, non voglio che perda la manualità. Ho voluto che mio figlio facesse le superiori, andava a scuola a Macomer. Inizialmente c’era un servizio autobus, poi ci sono stati un po’ di problemi, quindi alla fine lo portavo io tutte le mattine e cercavo il modo di ingannare il tempo aspettando che l’orario delle lezioni terminasse, magari seduta alla stazione a leggere un libro».
Di quale patologia soffre Alessandro?
«È nato con una patologia che è una variante della sindrome di Dandy-Walker, a lui manca un pezzo di cervelletto, la parte che determina il nostro equilibrio. Per i medici non avrebbe mai parlato e camminato: quando aveva poco più di un anno ci dissero che sarebbe morto da un giorno all’altro e che non dovevamo pensare al futuro del nostro bambino. Invece non ci siamo arresi, abbiamo iniziatoa fare fisioterapia neuromotoria, dandogli tanti stimoli. E abbiamo vinto la nostra battaglia: noi oggi andiamo dappertutto, al mare, in montagna o ai concerti dei nostri cantanti preferiti».
Che sport pratica?
«Principalmente nuoto e il lancio del vortex (atletica leggera). Faceva anche corsa prima di essere operato di scoliosi».
Cosa vuoi dire alle famiglie che vivono la vostra stessa situazione?
«Che non bisogna mai arrendersi. Ci avevano tolto ogni speranza e invece grazie a Dio Alessandro parla e cammina e ogni giorno abbiamo le nostre grandi soddisfazioni. Mi ha insegnato che niente è scontato, la bellezza delle piccole cose e dei piccoli gesti. Anche il fatto che mentre lavo i piatti lui possa venire da dietro ad abbracciarmi e baciarmi, per me è una grande gioia. Allora penso che nella sfortuna siamo stati fortunati. Lui è la gioia della casa, senza di lui è una noia mortale. Quando va sgridato, lo sgridiamo, deve capire quali sono le regole da rispettare, il nostro obiettivo è spingerlo il più possibile all’autonomia. Anche a scuola mi avevano detto “tanto non scriverà mai”. Invece io, che ho solo la terza media, a casa mi sono messa d’impegno e gli ho insegnato a scrivere. Piano piano, sotto forma di gioco, unendo i puntini in centinaia e centinaia di fotocopie, formava le lettere. Oggi Alessandro ha la sua carta d’identità firmata da lui, anche questa per noi è una grandissima soddisfazione. Bisogna solo lottare e mai arrendersi prima di provare. Ogni stimolo può essere molto importante, anche le semplici domande, quando lui mostra interesse e curiosità sulle cose, per me e mio marito è una gioia».
Lella ci tiene a lasciare un messaggio valido per tutti: «Serve rispetto per queste persone. Dobbiamo capire che sono uguali a noi e anzi, su certe cose hanno una marcia in più. Spesso ricevono tante umiliazioni, come l’essere isolati, ma in cambio offrono tanto amore e abbiamo tanto da imparare da loro». Alessandro ci dice quanto sia importante per lui allenarsi per poter vincere le medaglie, è una cosa che lo rende molto felice e gli ha trasmesso molta autostima e serenità. Per lui è stato come ritrovarsi in una seconda famiglia.
Scriveva Lev Tolstoj: «Tutta la varietà, la delizia, la bellezza della vita son fatte d’ombre e di luci», e le storie come quella di Alessandro ci insegnano come risplendere.

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