In su mese de Nadale

di Alberto Merler | Università di Sassari
Vorrei raccontare alle ventenni e ai ventenni un fatto avvenuto quando ancora gli anni li numeravamo iniziando con un 199. Lo vorrei raccontare proprio a loro per tre motivi specifici: 1° perché tutti gli altri conoscono già le cose che sto dicendo; 2° perché allora ci sentivamo più leggeri, non avendo a che fare con la pandemia da coronavirus; 3° perché è probabile che chi ha agito in quel momento abbia avuto, allora, gli stessi vent’anni di chi ora mi sta leggendo.
Questo è il ricordo di un fatto avvenuto nel mese del Natale del 1998, ora che lo stesso mese invernale sta iniziando in questo anno 2020. Un mese denominato dicembre ma che, in lingua sarda, fa derivare il nome dall’evento storico della nascita di un oscuro bimbo chiamato dai genitori Gesù. 1998 anni dopo, in coincidenza con i giorni di quella lontana nascita, un fatto di sangue toccava un altrettanto piccolo paese, Orgosolo. Un paese che si identificava con gli ideali espressi da quel Gesù Nazareno, un umile suddito, senza diritto di cittadinanza, in una remota provincia ebraica dell’impero romano di allora. Talmente umile e ritenuto pericoloso da essere condannato a morte, sia dai suoi compaesani, sia dal potere.
In su mese de Nadale, dunque, nell’anno 1998 dalla nascita di Cristo, proprio alla vigilia della festività per quella nascita, un uomo nel pieno delle sue forze e dello svolgimento dei suoi compiti sociali, prima dell’alba, verso le sei e mezza, usciva di casa, per avviarsi fiducioso verso la sua chiesa, per la messa. Era il viceparroco di quella comunità e si chiamava Graziano Muntoni. Fatti pochi passi nello stretto vicolo, viene freddato da un colpo di arma da fuoco. Perché viene ammazzato? Da chi? Perché, lui sacerdote cristiano, proprio in quella notte buia, alla vigilia della ricorrenza della nascita di quell’ignorato Gesù, largamente invocato da tutta la comunità che si dice cristiana? Graziano Muntoni, insegnante fattosi prete da adulto, era persona pacata e affidabile, corretta e affabile. Rigoroso con sé stesso nella sua umiltà, riflessivo amico dei suoi alunni e di tutti i giovani, disponibile e alla mano. Laureato in Pedagogia nell’Università di Sassari, per molti anni era stato professore nelle scuole medie e aveva ricoperto incarichi pubblici e di responsabilità nel volontariato. Di cultura barbaricina per tradizione familiare e attento agli aspetti educativi e sociali per studio, era sempre presente al paese e alle sue dinamiche. Era proprio quello che si dice “un povero Cristo”, capace di dare testimonianza del suo lavoro quotidiano in quella comunità, in quel paese, in quelle circostanze, con quel popolo. In numerosi Comuni della Sardegna, in questi ultimi anni, viene ricordato come simbolo di pace, di dialogo, di concordia. Con il suo nome dato ad iniziative aggregative, sociali, educative, religiose e civiche.
A somiglianza di quanto avviene nei suoi paesi di Orgosolo, di Fonni e di Aritzo, o in altri che fanno parte del suo percorso di vita e di laboriosa e riservata testimonianza. Costituiscono indicazioni concrete del percorso delle sue camminate nell’esistenza, così come era solito fare con i ragazzi in montagna. Indicazioni in cui prevale la vicinanza ai bisogni, la pacatezza affettiva nell’affrontarli con perseveranza e concretezza.
Il cittadino di Orgosolo e il visitatore forestiero potrebbero anche trovare prossimamente un riferimento, una targa, una indicazione in prossimità di Vico Gallura, dove don Graziano è caduto. Si tratta di un luogo, non distante dalla chiesa, per lui consueto, da lui frequentato più volte al giorno. Sarebbe utile questa indicazione che non ignora i fatti, che non ci fa tacere, come lui non taceva nelle sue omelie. Omelie in cui illustrava con espressioni di gratitudine la parola evangelica, ma in cui introduceva riflessioni che spesso ponevano pure delle domande alla nostra ragione e alla nostra coscienza. Domande sulla nostra esperienza e sulla nostra esistenza umana qui. Per fare in modo che il monito non diventi solo cancellazione e assenza. Così quelle ventenni e quei ventenni di oggi e di un prossimo domani, a cui mi sto rivolgendo per i tre motivi che ho indicato all’ inizio, avrebbero un riferimento esplicito e rintracciabile rispetto a questo mio racconto. Per sapere, insieme alle loro famiglie attuali e future, quanto è avvenuto nella silenziosa testimonianza di una notte, prima della luce fredda del giorno. Proprio nell’inverno che fa tacere per molte ore il sole, nel mese che contiene la festa, non fatta solo di luminarie, del Natale.

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