In attesa di un Avvento

Parlare di attesa vuol dire parlare di futuro. Attendere comporta preparare il tempo che arriva, anche solo immaginarlo, talvolta anticiparlo. Come una soglia, l’attesa segna il passaggio tra ora edopo, tra oggi e domani.

Il tempo attuale ha diversi aspetti sociali, psicologici ed emotivi che arricchiscono di senso il tradizionale percorso liturgico ed ecclesiale chiamato Avvento. Non vediamo l’ora ad esempio che arrivi un tempo nel quale sperimentare la liberazione dall’epidemia, che ci sta rivoluzionando il modo di vivere. E forse mai come in questo periodo l’attesa è segnata dalla paura e dalla pazienza, per molti anche dalla sofferenza. Ci accorgiamo così della forza interiore che è necessaria per vivere e sopportare l’incompiuto che stiamo scoprendo in noi, negli altri e nella storia, anche ecclesiale. E mentre sentiamo di aver bisogno di futuro, celebriamo il paradosso di un’attesa difficile, faticosa, quasi impropria se ci lasciassimo guidare dai dati negativi che riguardano la realtà.

Non ci sarà però nessun Avvento e per i credenti neanche la venuta del Salvatore del mondo, se non abbiamo piena consapevolezza di essere creature. Essere cioè coscienti di non avere in noi la ragione ultima di quello che siamo; di non essere la fonte della verità, la ragione del bene, di non essere la vita che pure viviamo. Essere creature è fare esperienza che tutto ciò che siamo e che ci sostiene è un dono. Noi non siamo nulla che prima non abbiamo ricevuto e accolto. Siamo perché la Vita è, perché ci avvolge e ci sostiene un Amore. Siamo dipendenti da un Altro, da altri, mai autosufficienti.

In realtà noi ci illudiamo sempre, e diciamo: faccio questo da solo, sono riuscito in quest’altro perché io … perché io … Ma non è vero!

Questa è la tentazione di essere Dio! E se noi, in fondo, ci sentiamo Dio, noi non aspettiamo l’Avvento di nessuno! Lo diciamo a parole che Dio viene: ma non è vero! Continuiamo a pensare e a vivere come chi non ne sente il bisogno, anzi l’unico avvento in cui crediamo è il nostro, perché esigiamo che gli altri ci aspettino!

Io vengo: questo è l’avvento!

In realtà, l’esperienza della fragilità che stiamo vivendo ci sta aiutando a ridimensionare tutte le diverse onnipotenze umane che si alternano nell’illuderci che non siamo creature, compresa la verità che viene dalla scienza, sempre importante ma mai assoluta come qualche volta abbiamo pensato.

Prendere coscienza di essere creature non significa però ridimensionarci, ma confessare la nostra autentica dignità.

Riconoscere cioè la nostra insufficienza, la nostra povertà, per poter accogliere un Amore che ci precede, che continua a venire e che non abbiamo ancora accolto pienamente: un Dio fatto uomo, che da atteso si fa presente e da “lontano” si fa vicino.

Tutto questo senza distoglierci dall’attenzione alle realtà terrene ma, aiutati da quantoDio compie, sentire l’incoraggiamento ad avere fiducia e speranza. Dio entra sempre nella nostra storia, che non è mai priva di negatività e criticità, per ridestare vita e riprendere vie di fecondità. Perché la storia di Dio si è sempre fatta strada attraverso storie umane, storie lacerate, che chiedevano salvezza. La virtù della speranza è forse la più difficile da custodire anche oggi: Charles Péguy diceva che credere è facile, amare il proprio simile, pure, ma sperare è talvolta arduo. Per questo motivo la speranza è la “virtù bambina” che deve essere particolarmente amata e fatta crescere. Anche in questo tempo.