Il pane del cammino

Anche questa festa, pur col fascino delle Prime Comunioni e della tradizionale processione, risente del calo dei fedeli alla liturgia domenicale. Si è scommesso per secoli sull’obbligo grave della Messa, anziché sulla sua bellezza, e il fallimento è sotto gli occhi. Mai però è venuta a mancare una minoranza che vive con gratitudine e gioia il significato di tale ricorrenza: Dio che si dona come cibo per la fame dell’uomo e bevanda per la sua sete. Per capire il mistero della Eucaristia occorre guardare con fede i segni visibili del pane e del vino, simbolo del cibo e della bevanda, fondamento della vita, ma anche i volti di coloro che si accostano ad essa col loro peso di peccato e di grazia, di dubbio e di fedeltà. Illuminante a tale proposito il messaggio della novella La fede di L. Pirandello. Don Angelino, in piena crisi vocazionale, rifiuta, come atto magico, la richiesta di zia Croce di una Messa. Davanti alle lacrime della donna cede e mentre si avvia all’altare viene colpito e guarito dal corpo prostrato della vecchia davanti a Dio, povera che cerca Dio, non da cristiana perfetta, ma da mendicante fiduciosa di conforto e di speranza.
L’evangelista Marco ci conduce al Cenacolo, dove trovare il luogo della Pasqua. Per 4 volte viene ripetuta l’espressione “preparare la Pasqua”. Il problema è quindi preparare la Pasqua, dove vivere questo mistero. La Pasqua è l’elemento fondante della religione ebraica; è il desiderio intenso di libertà, di giustizia e di fraternità maturato nella schiavitù. Il Cenacolo è il luogo interiore dove Dio si dona agli uomini e questi si aprono al mistero dell’incontro con Lui. Quanto è banale la discussione sull’ostia nelle mani o direttamente in bocca: il problema non è toccare, ma lasciarsi toccare dall’amore di Dio. In ogni cenacolo c’è l’esperienza di Dio: solo dopo che ci sentiamo riconosciuti da Gesù e chiamati da lui per nome, come Maria Maddalena nel giardino della risurrezione, noi possiamo incontrare il Signore.
Siamo all’ultimo dei banchetti terreni di Gesù e, come al solito, non mancano le altezze dell’amore, Giovanni che poggia il capo sul suo petto, e gli abissi delle tenebre, Giuda che a quella prima messa porta il tintinnio delle 30 monete del tradimento. Nonostante tutto Gesù continua a scommettere sui preti e sui fedeli di tutte le messe della storia in nome dell’amore non della risposta degli uomini. Ogni comunità cristiana si costruisce attorno all’altare e Lui sarà sempre al centro mediante il pane e il vino, suo Corpo e suo Sangue, assicurando la comunione con Dio.
Dalla Eucaristia nasce la responsabilità del cristiano all’interno della Chiesa e in uscita verso il mondo. Papa Francesco non si stanca di esortare il passaggio da una Chiesa clericale ad una sinodale. In troppe chiese le balaustre (reali o simboliche) più che arredamento a delimitare il presbiterio, sono forze che frenano il camminare insieme, con uguale responsabilità del clero e dei laici, membri dello stesso popolo di Dio.L’Eucaristia genera un cammino e consegna una missione, secondo l’invito alla fine di ogni celebrazione: «Andate!». Appartiene ai primi scritti cristiani l’esortazione: «Se condividiamo il pane celeste, come non condivideremo il pane terreno?» (Didachè).
Quando dopo il Covid tornerà la classica processione osserviamo i due ostensori: quello di Cristo che cammina nelle nostre strade in cerca dei Zaccheo, delle Maddalene, dei Tommaso, e quello di noi sotto il peso delle fragilità, dei dubbi, delle mani tese verso la speranza.

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