Il Natale in letteratura, pentimento e rinascenza

Raramente, prima d’ora, quelli che appartengono alla mia generazione (nata durante gli anni del boom economico e passata di decennio in decennio soprattutto attraverso lunghi periodi di grande abbondanza di beni, di ricchezza di idee ed entusiasmi, di cambiamenti culturali e sociali di grande rilievo), hanno sentito il desiderio profondo di trascorrere un Natale che rispecchi i veri valori del ritrovarsi in famiglia, all’insegna della sincerità, del senso di appartenenza a una comunità, del raccontarsi e aprirsi e condividere con gli altri le esperienze e il cammino compiuto. Di ciò hanno (abbiamo) bisogno come dell’aria, data l’incertezza e la cupezza dei tempi in cui viviamo. Filosofi e scrittori, artisti di vario talento hanno, nel corso dei secoli, ognuno a suo modo, celebrato e raccontato il Natale, mettendo di volta in volta in evidenza, di quest’ultimo, i più intimi e diversi significati.
Dei libri di Charles Dickens (1812-1870), uno tra i più grandi del romanzo ottocentesco, si dice che essi insegnano il valore della salvezza. Dickens è autore di opere imprescindibili come Oliver Twist, David Copperfield, Grandi speranze e I racconti di Nataleesse forniscono una mirabile visione d’insieme di quella che nell’Inghilterra vittoriana doveva essere l’esistenza condotta da quella parte di popolazione appartenente alla frangia socialmente ed economicamente più svantaggiata. Scrive lo stesso romanziere britannico di avere avuto nei Racconti di Natale lo scopo principale di risvegliare sentimenti di amore e di perdono. In particolare, nel più conosciuto di essi, il racconto lungo Canto di Natale ( A Christmas Carol è il titolo originale), il personaggio principale, l’avaro e cuore di pietra Scrooge, è convinto che il Natale sia una inutile perdita di tempo; nel finale della narrazione, però, egli si pente dei suoi comportamenti egoistici e si ravvede. Dickens, che all’inizio del racconto descrive come segue i tratti caratteristici di Ebenezer Scrooge: «Duro e acuto come una selce da cui l’acciaio non aveva mai strappato una scintilla di generosità; chiuso, controllato e solitario come un’ostrica. Il freddo che c’era in lui gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli avvizziva le gote, gli induriva l’andatura […]», chiude Canto di Natale rimarcando come infine l’irriducibile egoista «Non ebbe altri incontri con gli spiriti, ma visse sempre secondo i principi della totale temperanza, e sempre si disse di lui che sapeva come festeggiare degnamente il Natale…».
Se in A Christmas Carol Dickens mette a frutto anche le sue grandi capacità di autore comico e satirico, ben più melanconico e riflessivo appare nella poesia Natale l’ermetico vate Giuseppe Ungaretti (1888-1970). La casa come luogo dove ritrovare serenità e riparo rispetto alle durezze dell’esistenza; dove ritirarsi chiedendo solo di essere dimenticati, in questo periodo del- l’anno così ricco di amore e di spiritualità; la casa, dove ognuno può stare in compagnia di se stesso e dei propri cari per assecondare il proprio naturale desiderio di solitudine meditativa e di comunione con Dio sembra essere lo scenario di fondo di questo splendido componimento in versi: «Non ho voglia/di tuffarmi/in un gomitolo/di strade//Ho tanta/stanchezza/ sulle spalle//Lasciatemi così/come una/cosa/posata/in un/angolo/ e dimenticata//Qui/non si sente/ altro/che il caldo buono//Sto/con le quattro/capriole/di fumo/del focolare// ». Ungaretti sembra ben cogliere, qui, uno dei significati più importanti del Natale: quello di momento di profonda e proficua riflessione che può condurre alla rinascenza e al rinnovamento di se stessi. La poesia è opera del giovane Ungaretti impegnato come soldato volontario sul Carso. Nel momento in cui scrive (Natale fu composta il 26 dicembre del 1916), Ungaretti si trova – lontano, lontanissimo dai luoghi del combattimento – in licenza a Napoli, ospite di un amico, il poeta, letterato e giurista italo-argentino Gherardo Marone.

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