Il futuro di Dio
di Pietro Puggioni

22 Novembre 2021

4' di lettura

Le prime generazioni cristiane si interrogavano sul come e sul quando del ritorno del Signore “negli ultimi tempi” del mondo e della storia. Avevano in mano e dentro le loro liturgie questo discorso escatologico di Gesù, sulle ultime realtà. Era loro familiare il genere apocalittico di profezie che colpivano l’immaginazione e generavano forti suggestioni tra chi sentiva la fine imminente e chi la proiettava in un futuro senza data precisa. Protagonista di questo ultimo “giorno” è Dio che riunisce il suo popolo e tutta l’umanità nella gloria di Cristo, cui è legata la speranza e il futuro dell’uomo e di tutta la creazione. La fine della storia è descritta attraverso segni misteriosi che la precedono: «Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo…» (Mc 13,24-25). Apparirà una luce più forte e potente, la gloria del Figlio dell’uomo. La potenza della sua risurrezione coinvolgerà umanità e creazione verso “cieli nuovi e terra nuova”. Siamo al messaggio della consolante speranza cristiana che guiderà ben presto la moltitudine dei martiri, ispirerà la testimonianza dei nuovi discepoli del Risorto sulle vie del mondo, e il grido della chiesa-sposa: «Vieni!» ( Ap 22,17). Questa, sostenuta dallo Spirito che le svela il senso della storia, sospira ardentemente il ritorno di Cristo. L’originalità della concezione cristiana vede la storia non come un cerchio in cui tutto si ripete, ma come una freccia la cui traiettoria attraversa il presente e conduce verso l’abbraccio definitivo di Dio. I cristiani d’oggi attendono il ritorno di Cristo? O lo riducono a verità asettica del bagaglio catechistico della infanzia o riferimento obbligato delle omelie nei funerali? Il beato Carlo Acutis, nella grave malattia che l’avrebbe portato giovanissimo alla morte, nutrito della Eucaristia confessava di percorrere con ardente tensione l’autostrada verso il cielo. «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria» (v. 26). Viene sottolineato il trionfo di Cristo che nelle circostanze di allora, come nelle attuali sembra smentito. Il Cristo muore in croce, i discepoli perseguitati e trascinati nei tribunali. «Il ritorno del Figlio dell’uomo in potenza e maestà non significa in alcun modo che Dio, alla fine, abbandonerà la strada dell’amore per sostituirvi, appunto quella della potenza. Se così fosse, la croce non sarebbe più il centro del piano di salvezza e lo stesso comportamento di Dio darebbe ragione, alla fine, a tutto coloro che affermano che l’amore è inutile, incapace di raggiungere lo scopo… Il trionfo del Figlio dell’uomo sarà il trionfo del Crocifisso, la dimostrazione che l’amore è potente, vittorioso» (B. Maggioni). Il futuro delineato da Gesù interpella la nostra attenzione e le nostre scelte di vita. Con l’immagine del fico, «quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie» (v. 28) ci insegna a guardare avanti, perché il presente che viviamo non è tutto, e non può bloccare la tensione verso il futuro. Il futuro di Dio dà sicurezza al presente dell’uomo. «La sicurezza nell’ultimo dà sicurezza nel penultimo» (R. Guardini). Il presente è passeggero, non può impedire l’irrompere del futuro, non può diventare dimora definitiva della speranza, non può ancorarsi a calcoli umani e a prospettive incerte. «Il cielo è la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (v. 32). Solo le parole di Cristo animano la vigilanza attiva e sostengono la speranza cristiana.

donpietropuggioni@gmail.com

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