Il cammino della fede
di Pietro Puggioni

2 Luglio 2021

4' di lettura

“Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva…” (Mc 5,21). Gesù è sempre in cammino perché sono infiniti gli appuntamenti con l’umanità, così varia nelle situazioni e nelle attese. Oggi c’è una ragazza alle soglie della morte; ha appena 12 anni, un’età nella quale la morte era giudicata dai romani “ingiusta”. Ciò spiega l’audacia e la follia del padre Giàiro a ricorrere a Gesù e compiere dei gesti che hanno il sapore misto di interesse e di fede. “Gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: la mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva” (v. 22). L’episodio della figlia di Giàiro si interrompe e in esso si incastona quella della emorroissa. Questa donna popolana ha vissuto in segreto 12 anni di emorragia, di delusione per l’incapacità dei medici di guarirla, di umiliazione perché legalmente impura ed esposta a contaminare gli altri col semplice contatto fisico. Niente ferma i passi della donna che si tuffa dentro la folla e tocca il mantello di Gesù, sperando di raggiungerne la carne e il cuore. Una misteriosa potenza blocca il flusso del sangue, del pianto e della emarginazione. “Chi ha toccato le mie vesti?” (v. 30). Gesù indirizza l’attenzione su questa piccola donna che avrebbe preferito l’anonimato e godere la gioia di quella sorpresa di Dio. La folla schiaccia Gesù, la donna lo sfiora soltanto: ma solo a lei riesce il contatto con Gesù che realizza l’incontro con lo sguardo personalizzato, il dialogo delicato, l’attenzione di amore verso gli ultimi. Sfiorando il mantello di Gesù prelude alle vesti di gloria della Trasfigurazione e ripara il rozzo gesto dei soldati che lo spoglieranno sul calvario. “Figlia, la tua fede ti ha salvato. Va’ in pace” (v. 34). Con la guarigione Gesù sigilla la fede della donna che dal gesto magico iniziale passa al riconoscerne la potenza divina. C’è sempre una consegna nella esperienza di fede, quella di andare non tanto a convertire gli altri quando ad offrire il dono della bella notizia di un incontro che salva. Giàiro, all’arrivo dei servi che gli annunciano la morte della figlia, accetta la sfida della speranza: “Non temere, soltanto abbi fede!” (v. 36). Gesù lo sorregge nell’attraversare la folla dei “senza speranza”. Questi dispongono solo del pianto per la povera fanciulla e della derisione per questo taumaturgo che confonde la morte col sonno e promette l’impossibile. Gesù prende con sé dentro la casa i tre discepoli, volto e voce della comunità del Risorto, inviata ad annunciare la vittoria della vita sulla morte. Gesù restituisce al padre e alla madre la fanciulla viva, frutto del loro amore che l’ha generata. In questa casa, come in tutte le case visitate dal Signore, si accende una luce che rende i volti del papà e della mamma volti visibili della paternità e maternità invisibili di Dio. Alla fine di questa pagina evangelica accogliamo la provocazione della donna guarita, della famiglia ricomposta dal miracolo della vita, dello stupore dei tre discepoli, della chiusura della folla incredula. La curiosità vorrebbe conoscere lo sviluppo della fede della donna, dei genitori e della ragazza; conosciamo quello dei tre discepoli. Ma più che cercare risposte che il Vangelo non ci dà è meglio fermarci a riflessioni più serie: un miracolo non garantisce il futuro. La fede è possibile anche oggi. Avere fede significa tendere il braccio, dentro ogni situazione, e lasciarsi afferrare dalla mano di Dio. Dio ha sempre la mano tesa ed è questa la certezza più bella della fede.

donpietropuggioni@gmail.com

© riproduzione riservata L’immagine: Ilya Repin, Risurrezione della figlia di Giairo, San Pietroburgo, Museo di Stato Russo  

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