Il bambino di Cafarnao

Gesù ha liberato da poco un giovane dallo “spirito sordo e muto” (Mc 9,25). Ora si ritrova a ripetere un miracolo più impegnativo nella vita dei discepoli nei quali la sordità e il mutismo sono rifiuto della rivelazione del cammino verso la Croce: «Essi non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo (v. 32).
Gesù resiste alla delusione che gli rinnovano in varie occasioni. Non si piange addosso, non li abbandona lungo la strada camminando più veloce, non pensa a cercare collaboratori più adeguati e disponibili a condividere la strada verso Gerusalemme. Li ama troppo per perdere la fiducia in loro o scoraggiarsi per i loro difetti, tanto più che gli sono stati affidati dal Padre celeste.
«Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà» (v. 31). Quanto è difficile per i discepoli accettare queste parole. Abituati alla loro umile condizione sognano posizioni di prestigio e di potere, vivono di una speranza, che il Maestro oscura con questi suoi annunzi. Gesù non torna indietro; è fermamente radicato nella obbedienza al Padre. Non ignora però il forte bisogno di emergere da parte dei suoi seguaci, di occupare i gradini più alti nella gerarchia. Propone di purificare e incanalare questo istinto a servizio dell’amore. Vogliono essere i primi? Devono occupare gli ultimi posti. Vogliono raggiungere i posti alti del potere? Devono essere servi. Hanno sogni di grandezza? Devono diventare piccoli.
Gesù, nel cammino verso Gerusalemme, si rifugia nella casa di Cafarnao per una pausa di intimità con i Dodici. Inizia la conversazione con una domanda-rimprovero: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?» (v. 33). I discepoli rimangono profondamente imbarazzati perché i loro discorsi lungo la via su chi di loro fosse il più grande, erano ben lontani da quelli di Gesù, «venuto non per essere servito ma per servire» (Mc 10,45). Gesù a questo punto abbina le parole a un gesto: «Preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo…» (v. 36). Il bambino è colui che riceve tutto e che esiste in quanto è amato. Nell’ambiente palestinese per quanto amato non aveva importanza, apparteneva alla classe degli ultimi.
Ponendo il bambino al centro della sua comunità, come farà un giorno col giovane dalla mano rattrappita, Gesù promuove lo stile cristiano della accoglienza, del fare spazio in sé agli altri. Prendendolo in braccio dimostra di identificarsi con lui. Un gesto profetico che si svela nella Croce dove la più alta scelta d’amore è per gli ultimi e l’Incarnazione del Figlio di Dio raggiunge la pienezza. Quel bambino al centro della sua nuova comunità in costruzione richiama il solenne tribunale alla fine della storia, quando ogni uomo sarà appunto giudicato sull’amore, alla luce del capitolo 25 del Vangelo di Matteo: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare…». Quel bambino di Cafarnao, sacramento di Cristo e di tutti gli ultimi della terra, deve essere sempre al centro della comunità cristiana soprattutto quando è radunata attorno alla mensa della Parola di Dio e della Eucaristia. È il protagonista nella costruzione di quella “Civiltà dell’amore” che San Paolo VI indicava come urgente impegno per il progresso dei popoli.
Quel bambino deve rimanere al centro della Chiesa per chi vuole conoscere Gesù, servo per amore e sacramento del Padre. Solo così l’esperienza dell’abbraccio di Dio ispirerà il quotidiano cammino verso gli ultimi per farli diventare i primi nell’accoglienza creativa dell’amore.

donpietropuggioni@gmail.com

© riproduzione riservata