Il ’68 di Nivola

Per cosa stiamo lottando? Un appello lanciato ormai 50 anni fa, che sembra un grido nel deserto, tornato attuale nel panorama politico internazionale, frammentato da rigurgiti populisti e la rincorsa continua a nuovi idoli, al culto dei personaggi del momento più che a valori autentici assoluti. A Orani lo scorso 14 ottobre la Fondazione Nivola ha inaugurato la mostra «What are we fighting for? Chicago ’68 / Orani ’68». Due centri apparentemente lontanissimi eppure accomunati dal legame con un artista che, nato nel Centro Sardegna, oltre Oceano ha rivelato tutta la sua forza espressiva.
Una esposizione curata da Giuliana Altea e Antonella Camarda, responsabili del museo, allestita dall’architetto Alessandro Floris con lavori dell’artigiano Pierpaolo Ziranu. Più che una mostra un tuffo nel passato, uno scrigno di ricordi che si apre non appena varchi il portone dell’antico lavatoio. Da una parte i disegni di Costantino Nivola che tratteggiano le violente repressioni delle manifestazioni pacifiste tenutesi negli Stati Uniti d’America in occasione della convention democratica per le primarie presidenziali. Dall’altra i documenti originali, le foto, le copertine dei giornalini e manifesti che testimoniano la vivacità dei movimenti giovanili oranesi come dei gruppi musicali, dove le rivendicazioni della sinistra trovavano terreno fertile negli operai e nei lavoratori del posto. Come a Chicago, pur con le dovute proporzioni, anche a Orani vi era occasione di scontro, ma non quello fisico a tratti brutale delle forze dell’ordine a stelle e strisce che cercavano di rintuzzare la voglia di libertà e di fuga dall’oppressione del potere centrale. Lo scontro era verbale, tra cattolici e comunisti, ma anche tra generazioni che avvertivano in maniera premonitrice il cambio tecnocratico di un’epoca di grandi disastri.
Sullo sfondo le voci dei protagonisti di quel periodo storico che a distanza di 50 anni ripercorrono le vicende di quel tempo. A parlare sono oranesi più o meno famosi, emigrati nella penisola o rimasti in paese, dal professor Peppino Busia all’intellettuale Giulio Chironi, passando per zia Gonaria Ziranu che ricorda gli slogan più suggestivi. Il progetto sonoro di Carlo Spiga rende l’atmosfera incantevole, come se il tempo si fosse fermato nelle quattro mura dell’antico lavatoio. Un lavoro antropologico accurato e profondo svolto da un gruppo di persone del luogo, come Luca Cheri, Sergio Flore, Elisa Lai, Cinzia Melis, Maria Luisa Pinna, Anna Pirisi, Barbara Puddu, Marta Satta, Debora Tintis e Loretta Ziranu. Che avrà un seguito già dalle prossime settimane, con una serie di appuntamenti organizzati per recuperare la memoria storica e spingere la comunità a riscoprire il suo passato.
La mostra viaggia tra due continenti: da Chicago Nivola rilancia il tema dell’industria culturale di massa che si mostra in quel groviglio di corpi che popolano gli acquerelli, spesso senza volto nei poster pubblicitari, ma allo stesso tempo guarda alla sua terra, denunciando la speculazione del mercato turistico che comincia a contaminare le coste. Nivola è anche quello che dedica spazio al tema delle servitù militari, che in occasione delle olimpiadi di Città del Messico pensò a una opera come quella dell’Uomo della Pace per andare al di là delle ideologie politiche.
Nel 1988 Nivola ci ha lasciato, ma trenta anni dopo il suo messaggio appare quanto meno attuale.
Per cosa stiamo lottando? La domanda viene girata ai giovani di oggi, che provano a dare le loro risposte, consapevoli che i tempi sono cambiati ma l’uomo, in America come in Barbagia, è chiamato a ritrovare i veri valori per cui vale la pena vivere senza farsi trascinare dal linguaggio della violenza e da una idolatria senza limite.

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