Idolatria del cibo e borghesia debosciata

In che mondo mi tocca vivere! Certo, vivo meglio di quelli che scrissero i salmi che preghiamo alle Lodi Mattutine. Meglio anche degli scampati al colera, al tifo e alla malaria. Non c’è paragone con i reduci delle due guerre mondiali. I sopravvissuti agli assalti all’arma bianca, al gas nervino, ai bombardamenti, ai campi di sterminio, alle decimazioni e agli inganni, alla fame e ad ogni tipo di intemperie hanno dato vita a noi. Ne avevano visto di tutto e di più ma in testa avevano un’esperienza vissuta sulla loro pelle: “ Tottu ma chi non manchet a mannicare” (bisogna accettare tutto ma non la fame, la mancanza del pane). Erano i tempi del necessario e dell’indispensabile tra i naufraghi della privazione che in ogni erba, frutto, carne, latte, sapevano riconoscere con gratitudine il loro alimento per vivere, lavorare e procreare.
Oggi siamo nel tempo del “Cibo dio”, del ventre e della gola che ci governano. Le guerre non si fanno più al Piave o a Montecassino ma in cucina, in televisione e sui giornali incantati dalla culinaria. Gli eserciti sono ben allineati e animosi, con reticolati e carri armati: onnivori, vegani, vegetariani, crudisti, gluten-free, macrobiotici, lattofobi, fruttivori, carnivori. Ognuno intento ad immolare corpo e coscienza dinanzi al piatto diventato idolo-dio. Sono i nuovi idolatri e come tutti i loro consimili, di ieri e di oggi, non ci portano lontano, complicano la vita invece di renderla più serena. Il cibo sta diventando una fede che produce sette, sempre più integraliste, con contorno discomuniche, eresie, crociate. La borghesia ammosciata, d’altronde, a questo storicamente si riduce.
Stiamo vivendo una nuova guerra di religione, il conflitto inevitabile che accompagna ogni idolatria del ventre. Il cristianesimo, specie san Paolo, ha creato la libertà ed il gusto del mangiare (andate in giro e toccate con mano che solo nei paesi cristiani non ci sono tabù alimentari). Le più rinomate marche di vini e digestivi, le più amate ricette di sughi e sapori, di erbe salutari e farmaci naturali hanno dietro monaci e conventi. Gente che amava la vita e la natura ma non faceva dello stomaco il vitello d’oro e non imponeva a nessuno scelte alimentari proprie. San Paolo lo aveva ammonito: «Nessuno vi separi in base a quel che mangiate e a quel che bevete». Invece, nella società che ha sostituito l’etica con la dietetica, il cibo è diventato uno strumento di divisione e non più di condivisione.
Intanto ricordiamo che una volta i nostri nonni e genitori erano molto attenti a non gettare nulla del cibo avanzato. Papa Francesco scrive che «Il consumismo ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale talvolta non siamo più in grado di dare il giusto valore, che va ben al di là dei meri parametri economici». Ho avuto la tentazione di diventare terrorista quando ho sentito monsignori e politici di grande livello emettere scomuniche contro chi macella e mangia agnelli. Ossia offendere la mia storia e identità umilmente cristiana.

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