I volti dell’amore
di Pietro Puggioni

4 Novembre 2021

4' di lettura

La scena dello scriba che interroga Gesù si svolge nella spianata del tempio di Gerusalemme. Questa volta non c’è uno scriba che polemizza o tende una trappola per screditarlo davanti alla gente: «Quale è il primo di tutti i comandamenti?» ( Mc 12,28). Si tratta di un dialogo sereno, senza secondi fini, forse alla ricerca di maggior chiarezza tra i 613 precetti, di cui 365 negativi e 248 positivi, che ispiravano la retta condotta dei più fedeli. «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore» (v. 29) sono le prime parole della risposta di Gesù, prese dal libro del Deuteronomio, che introducono i due precetti fondamentali dell’amore a Dio e al prossimo. Inizia così la professione di fede, la preghiera personale e nella sinagoga. Con esse il pio israelita era chiamato a fare memoria, da un lato dell’unicità del Signore e dell’amore del Signore verso il suo popolo, dall’altra della carta fondativa che dà senso alla vita e alla storia di Israele. L’unicità di Dio è confessione vibrante di fede che sgorga dalla viva memoria della liberazione dalla schiavitù, del dono della terra promessa, e del rapporto personale e comunitario con Lui. «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» (v. 30). Perché Dio rivendica un amore totale ed esclusivo? Perché è un Dio geloso: «Tu non adorerai altro Dio, perché il Signore che si chiama il geloso, è un Dio geloso» ( Es 34,14). Nel rapporto coniugale l’amore non è legge e precetto ma tessuto quotidiano della tenerezza reciproca, così Dio che prende sempre l’iniziativa si fa dono ai suoi figli. Recentemente nel dialogo tra una teologa mussulmana e una cristiana ho colto una frase profonda. «Nel libro di Giobbe la cosa più terribile è vedere che è Satana a porre la domanda giusta: Forse che Giobbe teme Dio per nulla? (1,9). Sì è per nulla che dobbiamo amare Dio, ed è forse quando amiamo Dio per nulla – o per tutto – che possiamo stabilire un amore tra gli esseri umani che vada oltre i nostri vicendevoli mercanteggiamenti … La religione non è un legame contabile con Dio». «Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimocome te stesso» (v. 31). Prossimo non è colui che è vicino a te, ma, come il buon samaritano, colui al quale ti fai prossimo. Gesù pone questo comandamento al secondo posto, cioè li distingue. L’amore autentico verso gli uomini non può essere praticato in tutta la sua radicalità senza partire dalla fede in Dio. Questa unità sta alla base di quella che San Paolo VI chiamava “La civiltà dell’amore”. La distinzione sottolineata dal Maestro mette in guardia dalla tentazione di ridurre l’amore a Dio all’amore del prossimo, e viceversa. Una mentalità diffusa che viene ostentata per giustificare l’assenza della preghiera,l’abbandono della Messa domenicale, la ignoranza del Vangelo. Lo stesso programma di San Benedetto che univa la preghiera al lavoro viene trasformato in preghiera appiattita sul lavorare e operare. Naturalmente l’amore ai fratelli non ha confini, perché infinito è quello di Dio per noi. Un grande mistico insegnava ai suoi monaci: «Se devi recarti alla preghiera e tuo fratello ha bisogno di una tisana, preparagli prima la tisana». «Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”» (v. 34). Siamo invitati alla professione di fede in Gesù, nel quale si rende presente il regno di Dio, regno della libertà e dell’amore.

donpietropuggioni@gmail.com

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