I settant’anni di Verdone con tanti preti nei film

di Marco Maziotta

Il 17 novembre del 1950, 70 anni fa, nasceva Carlo Verdone, comico romano considerato da molti erede di Alberto Sordi e comunque icona cinematografica di tante generazioni. Sul set esordì nel 1980, quando aveva 30 anni, con il suo primo film Un sacco bello.
In tutti questi anni ho visto quasi tutte le produzioni cinematografiche di questo attore e regista, condividendo ironia, buonumore, risate e malinconia.
Si è calato nelle vesti dei soggetti più disparati ma per me resta impareggiabile quando interpreta la figura del prete. Questo personaggio ricorre spesso nei suoi film, a cominciare proprio dal primo. Interessante il modo come Verdone caratterizza questa figura. Siamo negli anni del postconcilio, periodo di grande crisi dell’identità e della missione sacerdotale, di preti guerriglieri (nel senso letterale della parola), pacifisti, bigotti e riformisti.
Verdone coglie la caratteristica più diffusa, ossia quella del prete sempre pronto ad ascoltare ma incapace di parlare. In questo c’è la differenza tra il prima ed il dopo del Concilio Vaticano II.
Il don Alfio di Un sacco bello cerca di essere ecumenico, di mettere insieme le ragioni di tutti, di non contrariare nessuno, di edulcorare i problemi. Non può però addolcire la rabbia del padre del ragazzo strampalato ed anticonformista, scappato di casa, come allora era di moda. Tra l’incudine ed il martello, tra tradizione e mutamento sociale, il povero don Alfio imbastisce discorsi allucinogeni, nel senso tutto fumo e niente arrosto.
Nel 1983, in Acqua e sapone, Verdone interpreta un altro prete. Stavolta non si tratta di un sacerdote in talare ma di un insegnante di italiano che si finge prete per lavorare. Il culmine della sceneggiatura lo si raggiunge quando la madre di una sua allieva chiede lumi su un libro scritto dal vero padre Michael Spinetti, del quale lui aveva preso ingannevolmente il posto e lo stipendio. Qui Verdone da il meglio di se stesso: imbastisce un discorso bizantino con venature strampalate di teologia. Soprattutto parla in farsetto, con la voce e la mimica di un prete standard.
Nel 2010, in Io, loro e Lara interpreta padre Carlo Mascolo, un missionario smarrito e incerto. In questo film, Verdone per la prima volta si misura con temi etici incarnati in particolar modo dal suo personaggio, il sacerdote. Per via di una crisi spirituale lascia l’Africa e rientra in Italia per chiedere consiglio ai suoi superiori. Viene mandato a casa, dai suoi famigliari. Qui trova di tutto e di più, dalla sorella psicologa e isterica al fratello cocainomane. Al termine di tragicomiche peripezie, dopo essersi speso per la riconciliazione della famiglia sgangherata, torna in Kenya. Il film ha uno sguardo positivo rivolto al futuro e rimarca la centralità del prete nei contesti sociali.
Nella vita reale di Verdone ha influito molto l’incontro con il cardinale Ersilio Tonini.
Ecco come lui stesso l’ha raccontato: «In un momento in cui non me la passavo bene per vari motivi, e mi sentivo profondamente avvilito, anche la mia fede era in profonda crisi, lui mi disse: “Ogni tanto fai una telefonata a Dio. Ma devi stare da solo, tranquillo, e devi essere convinto che lui ti ascolta. Vedrai, troverai la forza per andare avanti. Dammi retta Carlo, dammi retta”». Un consiglio pienamente accolto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA