I sentieri del buon Pastore
di Pietro Puggioni

24 Aprile 2021

4' di lettura

“Io sono il buon pastore” (Gv 10,11). Io Sono richiama il Dio dell’Esodo che, dal roveto ardente nel deserto, rivela a Mosè il proprio nome come Dio che salva l’uomo e lo libera. Gesù ha appena incontrato un giovane, cieco fin dalla nascita: spalma sugli occhi saliva e fango, simbolo della sua umanità, e con l’acqua, dono del suo Spirito, gli ridona la vista. È ormai definitiva la rottura con i capi religiosi di Israele, mercenari ai quali non interessano le pecore, ma il potere. Siamo alla globalizzazione dei mercenari, dei ladri e dei briganti che invadono tutti i campi dell’attività umana, generando la crescente folla degli adoratori del vitello d’oro e riducendo l’uomo a numero senza nome e dignità. Gesù rivendica su di sé la ricchezza teologica e sapienziale del pastore nella letteratura biblica. Inaugura la “civiltà dell’amore” con la dolce icona del buon pastore e le pecore che i primi cristiani hanno tradotto anche nell’arte come simbolo del sacrificio di Cristo per l’umanità. «Il buon pastore dà la vita per le proprie pecore» (v.11). Oggi non piace essere chiamati pecore o collocati dentro un gregge, eppure la pecora non ha alcun mezzo di difesa di fronte ai mercenari di turno, ha poco sviluppato il senso dell’orientamento nelle scelte difficili della vita. Si affida al pastore che le dà sicurezza e la conduce con amore lungo i sentieri di una via piena. La prima caratteristica è il coraggio di mettere a rischio la propria vita. Dio è Dio in quanto non salva se stesso, ma dona se stesso per salvare gli altri. Nelle apparizioni pasquali Gesù mostra le piaghe, finestre del suo cuore e del suo amore. Il cristiano non deve fuggire dai luoghi più impegnativi del confronto con le altre religioni, con le crisi della famiglia e della politica, specie quando c’è da pagare di persona. «Io-Sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie conoscono me» (v.11). Ecco la seconda caratteristica. C’è una conoscenza e un amore reciproco tra il Pastore Gesù e ciascuno di noi, tutti singolarmente amati e conosciuti. Non una conoscenza astratta, da censimento, ma rapporto personale e vitale. L’amore che Gesù ha per ciascuno di noi è lo stesso amore che il Padre ha per lui, il Figlio unico, e ciò è la sua vita. L’aggettivo buono (letteralmente bello) indica Gesù come il pastore ideale, modello di tutte le guide religiose, politiche, familiari. Interessante che un filosofo del secolo scorso abbia descritto l’uomo ideale come “ pastore dell’essere”, usando cioè questa categoria sociale per indicare chi ha scoperto il senso della esistenza, lo custodisce e lo vive nella libertà. «Ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare» (v.16). Gesù apre lo sguardo dei suoi seguaci a tutta l’umanità. La prima comunità ha faticato non poco ad acquistare il respirouniversale del Vangelo, al di là dei confini di Israele. Il cristiano è chiamato alla duplice missione di pastore di sé e di coloro che gli sono affidati. Il Cristo che cerca la solitudine per vivere l’intimità col Padre educa i seguaci a rimanere con lui per dare valore e significato ai propri giorni verso l’approdo nell’eterno abbraccio di Dio. Il cristiano vive la dimensione sociale dell’essere pastore procurandosi, come Cristo, un catino d’acqua e un asciugatoio per fare di ogni giorno un giovedì santo a beneficio di quelli affidati alle sue responsabilità. «O Cristo, tu tracci il sentiero perché le pecore non abbiano che da mettere i piedi sulle tue orme» (Origene).

donpietropuggioni@gmail.com

© riproduzione riservata L’immagine: Jean-Baptiste de Champaigne, Il Buon Pastore (1650 ca) Palais des Beaux-Arts, Lille  

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