I riflettori della Chiesa
di Pietro Puggioni

4 Novembre 2021

4' di lettura

Che differenza tra lo sguardo di Gesù verso i ricercatori dei privilegi e degli onori e quello verso la generosità di una povera vedova. L’evangelista Marco colloca la scena davanti al tesoro del tempio di Gerusalemme, ed è significativo il momento, alla vigilia dell’ingresso nel dramma della passione e della croce. La posizione di Gesù seduto è quella del maestro che, prendendo lo spunto dalla povera vedova, offre l’insegnamento più alto e più nuovo, sintesi della sua vita e della radicale proposta ai discepoli di tutti i tempi. «Osservava come la gente vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte» (Mc 12,41). Osservava la sfilata degli ambiziosi e avidi di ricchezze che ostentavano la propria generosità gettando monete sonanti che in realtà erano briciole del loro abbondante superfluo. Avvelenavano quel dono che già i profeti a nome di Dio rifiutavano. Anche i discepoli sono rapiti dal luccichio delle monete che sognano abbondanti nel nuovo regno messianico, ma per Gesù il vero tesoro del tempio e del regno di Dio sono i due spiccioli di quella vedova. Non poteva sfuggirgli il timido incedere e l’umile generosità di questa oscura mendicante, una pitocca appunto, secondo il termine greco. Poco prima aveva denunciato la ipocrisia degli scribi e dei farisei e il loro profanare le case dei poveri e la stessa verità della preghiera. Ora Gesù chiama a sé i discepoli per strapparli alla calamita del fascino del potere e delle ricchezze, e collocarli nel recinto della sua parola che anestetizza le oscure suggestioni del male: è l’ultima chiamata nella quale si sintetizzano tutte le chiamate del Vangelo per affidare il suo testamento davanti al tesoro del tempio. «I poveri li avrete sempre con voi» ( Mc 14,7). Questa povera vedova è capofila di tutti i maestri del Nuovo Testamento che insegnano il Vangelo: rispondere all’amore con l’amore, testimoniare la fede con la gratuità. Viene collocato fuori dal recinto sacro chi usa Dio per il potere, le persone e le ricchezze per apparire. Gesù mette questa vedova davanti allo sguardo e alla riflessione dei discepoli perché ne colgano il valore esemplare e i tratti caratteristici del discepolo come aveva loro insegnato: il donarsi totalmente senza sconti, l’abbandono fiducioso in Dio senza calcoli meschini o pretese, ma nella disponibilità completa alla sua provvidenza. Nella povera vedova, come in filigrana, vediamo l’immagine stessa di Gesù che sta per dare tutto se stesso nel supremo sacrificio della croce come prova perfetta di amore. Viene interpellata ogni comunità cristiana a verificare se si lascia evangelizzare dai poveri e dagli ultimi, se ha lo guardo attento verso di essi per metterli sopra il candelabro della società e della chiesa perché possano illuminare e giudicare le scelte del mondo d’oggi. La povera vedova non ha risalto, è fuori dei riflettori dei pellegrini del tempio. Ci invita a osservare una categoria di cui la Chiesa è povera: i giovani. Il cardinale Martini alla domanda: «Quale domanda rivolgerebbe a Gesù se ne avesse la possibilità?», così rispondeva: «Un tempo da vescovo e responsabile della Chiesa, gli avrei chiesto perché permetti che esista un divario tra molti giovani, soprattutto quelli cui non manca nulla, e la Chiesa, con tutti i tesori celesti che può portare agli uomini? Perché le due parti non possono essere più vicine? Gli chiederei: perché permetti che molti giovani diventino indifferenti, al punto di perdere, a volte, persino la gioia di vivere?».

donpietropuggioni@gmail.com

© riproduzione riservata L’immagine: Gustave Doré, L’obolo della vedova, incisione, 1880

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