Guido Guidi, in Sardegna

Guido Guidi arriva per la prima volta in Sardegna nel 1974, lo fa su una 127 che a Ronta, una frazione di Cesena, aveva caricato con casse di pesche e albicocche come scorta per la traversata. È il suo viaggio di nozze con Marta, insieme a loro anche il comune amico Maurizio Predasso. Guido al posto del conducente, Maurizio come navigatore con la cartina in mano, Marta nel sedile posteriore. Racconta quel viaggio, anche con le testimonianza preziosa di Predasso, Irina Zucca Alessandrelli, curatrice della mostra nuorese, nel prezioso catalogo edito da Mack. Guidi non arriva in Sardegna con lo sguardo del forestiero in cerca dell’esotico, della riserva indiana, non fotografa i costumi ma testimonia un incontro, con delle persone certo, ma anche con la natura, con gli spazi. Quel bianco e nero restituisce l’immagine di una terra forse arretrata – ma quanto Mezzogiorno d’Italia era in quelle condizioni negli anni Settanta? –, sguardi di bambini e giovani che sognavano chissà quale futuro e poi si sofferma sulle strade, cippi, paracarri, le ringhiere dei ponti, scogli quasi lunari sul mare, piazze desolate e case, angolazioni colorate con le ombre. È quanto accade anche al suo ritorno trentasette anni dopo, c’è il colore, la fotografia digitale – usata quasi in modo analogico –, ma anche la sua vecchia Deardorff 8×10 in legno, come quelle che un secolo prima si usavano “con la testa nel sacco”. Guidi si sofferma sulle costruzioni, ancora una volta il “non finito sardo” a farla da padrone, le case con i blocchetti a vista o i mattoni privi di intonaco, e poi i portoni, i pomelli, gli angoli, i muri testimoni del tempo, i tavolini dei bar. Quasi non luoghi di una terra che non ha niente del mito che noi sardi abbiamo costruito di noi stessi. Guidi procede a testa bassa nella sua personale ricerca, senza ammiccamenti, senza fare l’occhiolino alla sardità ostentata, battendo – come ci dirà nell’intervista che ha gentilmente concesso al nostro giornale – i sentieri meno conosciuti oltre che le strade asfaltate. Lo ha fatto dandoci l’immagine autentica di ciò che siamo, infondo, e di questo dovremo ringraziarlo.
La mostra, che si potrà visitare fino al 27 ottobre, è coprodotta dal Man in collaborazione con l’Isre ed è la prima dedicata a Guidi in un museo italiano. Come sottolineato in sede di presentazione dal direttore Luigi Fassi, anche con questa esposizione il museo nuorese segue la propria linea di ricerca nel rapporto tra gli artisti e le sponde meridionali e orientali del Mediterraneo. Lo fa attraverso lo sguardo di un grande italiano.

Sui sentieri dell’Isola. Intervista a Guido Guidi

Abbiamo incontrato Guido Guidi a poche ore dall’inaugurazione della mostra al Man, grazie alla disponibilità del Museo e alla preziosa collaborazione dell’efficientissimo Ufficio stampa che, a costo di fare gli straordinari, ha voluto offrire anche a noi la possibilità di intervistare il grande fotografo. Guidi appare schivo, certo affaticato per l’età, ma lucido nella riflessione e poi socievole, insiste con tutti per farsi dare del tu, rifuggendo qualsiasi posa che possa accomunarlo a un artista lontano e distante, isolato nel proprio mondo.
Guido, com’è cambiata la Sardegna dal suo primo viaggio del 1974 al 2011? Quale immagine dell’Isola si porta dentro?
«Naturalmente tutto cambia, cambio io, cambia la Sardegna, cambio attraverso la fotografia, attraverso altre esperienze. Non si può pensare che la Sardegna di oggi sia uguale a quella di ieri, però c’è un’aria che è rimasta, una certa arcaicità, una semplicità di fondo che io apprezzo molto, un modo autentico di vivere e di essere. Anche gli edifici sono autentici, anche quelli disegnati dai geometri di oggi, sono veri, non vogliono apparire ciò che non sono. La natura c’è, è presente ma non è solo quella che si esplica e si fa vedere dove ci sono gli alberi ma anche dove ci sono i sassi nelle case. La Sardegna ha questo aspetto di naturalità di autenticità arcaica che io apprezzo».
La Sardegna che si vede nelle sue fotografie non è certo quella da cartolina, cosa andava cercando quando è venuto qui?
«Era la prima volta che venivo, non conoscevo la Sardegna se non dai racconti, ne avevo sentito parlare, c’era un mio compagno di scuola che era vento qui a fare il militare e mi aveva spedito una cartolina da Saccargia. Ero curioso di vedere, mi interessava vedere la gente, incontrare la gente come abbiamo fatto a Orgosolo dove ci “costringevano” a scendere e fermarci. Poco dopo il 74, queste foto son state fatte in maggio, alla fine dell’anno in una mostra a Milano usai alcune foto della Sardegna e misi in mostra anche fotocopie di lettere che mi arrivavano dalle persone a cui avevo scattato una foto nell’Isola. Mi sarebbe piaciuto reinserirle come documento di un incontro. L’incontro avviene tra una persona e un’altra, tra una persona e un edificio, una persona e un albero: la foto è ciò che rimane di quell’incontro ».
Come inquadrare queste esperienze sarde all’interno del percorso artistico?
«Inquadratura, è vero, è che quello che faccio sempre fotografando, ma a inquadrare dal punto di vista del percorso faccio fatica, ne fanno parte. Fausto Melotti diceva che il compito di un artista, mettiamo che io lo sia, è quello di percorrere tutte le strade, quelle importanti ma anche i sentieri, fino in fondo, magari con qualche senso di colpa. Non ci sono solo le strade asfaltate, le autostrade, ci sono per me soprattutto i sentieri, le strade traverse e così anche in Sardegna non puntato sul mare, non l’ho fotografato più di tanto, prediligevo i percorsi interni dove i turisti erano meno in quegli anni».
In un’epoca in cui siamo sommersi dalle immagini, che valore e significato ha la fotografia come impegno, come percorso?
«Siamo sommersi dalle immagini, è vero, forse anche dalle parole. Il problema è che con le parole puoi dire che siamo sommersi dalle immagini ma non dici che siamo sommersi dalle parole perché ti dai la zappa sui piedi. Si fa fatica a dire che siamo sommersi dalle parole. Per le immagini il problema non sussiste, così come ci sono delle parole sagge e delle parole stupide, lo stesso vale per le immagini».
Qual è il segreto per selezionarle, se ce n’è uno?
«Già gli antichi suddividevano tra immagini facili, sottili, didattiche. C’è sempre stato questo, ad esempio l’immagine può aiutare a leggere la storia sacra a chi non sa leggere e scrivere. È la pubblicità di oggi. Ma oggi la pubblicità stravolge anche l’immagine sottile, i pittori e gli artisti sottili sono attratti dal poter diventare famosi attraverso la pubblicità, anche io con questa mostra sono dentro questa logica, non si sfugge, spero di non aver concesso molto ad immagini facili piuttosto che a immagini sottili ».
Come è stato ritornare sul lavoro in Sardegna per organizzare questa mostra?
«È stato un piacere. La fatica vera l’ho fatta per il libro, spero ne sia valsa la pena».
Sì. Ne valeva la pena.

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