Guardare con il cuore
di Pietro Puggioni

19 Aprile 2021

4' di lettura

Il Cristo «patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno» (Lc 24,46). L’uomo è la scommessa di Dio che fatica a vincere spavento, dubbi e pensieri dei protagonisti della prima Pasqua. I discepoli di Emmaus fuggono delusi e la calda parola del viandante e il pane spezzato sulla mensa li fa ritornare a Gerusalemme; Maria Maddalena confonde Gesù col giardiniere e si arrende al sentirsi chiamare per nome, Giovanni e Pietro corrono sconvolti alla tomba vuota e, visti i teli e il sudario, tornano a casa con la gioia della fede. «Senza la Risurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente» (don L. Giussani). Lo dice la fede che arriva dall’alto, ma ogni giorno incontra la provocazione degli uomini: dai credenti agli atei, dai cercatori di Dio agli indifferenti. Non si può far finta di nulla. Ai nostri cari che se ne vanno o alle vittime della pandemia cosa possiamo dire: andate, ingoiati dal silenzio del nulla, oppure: per restare sempre con noi, andate verso Dio, orizzonte infinito? «Mentre essi parlavano di questa cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: Pace a voi!» (v. 36). A Pasqua non bastano le parole degli uomini, i ritagli della incredibile cronaca di questo primo giorno della settimana. Pasqua è una Persona, la fede un incontro con Lui che viene con una nuova e definitiva esistenza e realtà, che ha superato la morte e che vive. Nessun uomo può convincerne un altro ad accogliere il Risorto, per quanto l’attesa di una vita nuova e il rifiuto del viaggio verso il nulla siano scolpiti nell’intimo di ogni uomo. Gesù non solo risorge ma viene incontro ai suoi e fa loro sperimentare la fede come realtà profondamente umana, che coinvolge tutti sensi. «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho» (v. 39). Senza la terribile concretezza dei chiodi e della croce la Pasqua sarebbe parola vuota. Melanconici ricordi resterebbero la serie dei miracoli, gli altissimi insegnamenti, la tenera compassione delle povertà umane da parte di un uomo straordinario. Gesù guida donne e discepoli a rivedere, riudire, ritoccare nella fede tutto ciò che hanno vissuto da poveri spettatori e seguaci indecisi. Senza fede il silenzio di Dio e l’invisibile di Dio sono sordità e cecità dell’uomo. Gesù stimola gli occhi della fede perché solo gli occhi del cuore possono vedere la contemporaneità del Risorto. Le orecchie del cuore poggiano sul cuore di Dio e le sue parole sono luce ai passi della vita. Le mani del cuore possono toccare le ferite di Dio, la carne della sua immersione dentro la fragilità umana, l’abbraccio del perdono sulle macerie delle avventure sinistre del peccato. Pietro, nel pericolo di affondare per la fragilità della fede, viene afferrato dalle mani del Risorto. Ogni uomo implora quelle mani nel faticoso cammino della fede. Gesù si fa toccare nella concretezza della sua parola da ascoltare, nella fragranza del pane spezzato da mangiare, nei mille volti della miseria umana da raggiungere con una proposta di amore. «Pace a voi!» (v. 46). La vera pace non è garanzia di una vita senza dolore, necessità, ostilità o morte. È Gesù risorto, nostro contemporaneo, che ci invia come uomini nuovi, risorti con lui e testimoni della risurrezione, perché una stessa legge è alla base della morte e risurrezione come del cammino della Chiesa nel mondo, messaggera del perdono dei peccati e della fine delle inimicizie con Dio e con i fratelli.

donpietropuggioni@gmail.com

© riproduzione riservata L’immagine: Arcabas, quadro del ciclo pittorico di Torre de’ Roveri dedicato ai Pellegrini di Emmaus (1993-1994)  

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