Il grande cuore di Tatanu Brusaerru

Quando morì il 20 febbraio del 1993 nell’ospedale di La Paz, in Bolivia, il popolo di Guaqui riempì la sua chiesa in attesa della salma, nel pianto e nella preghiera: il suo cuore aveva ceduto, quel cuore che aveva battuto solo per i poveri, mettendo a tacere ogni egoismo, ogni autoreferenza, compresa quella per la sua Congregazione. Dalla stazione ferroviaria, fu portato per l’ultima volta sulla sua fedele jeep perché la gente potesse vederlo. Davanti al villaggio di casette da lui ricostruito dopo la disastrosa alluvione, il picchetto dell’esercito gli rese gli onori militari, e il sindaco, dopo aver indetto il “lutto generale” di un mese con la sospensione di tutte le imminenti feste di carnevale, annunciò solennemente che «in avanti quella piazza, in mezzo alle case da lui volute, si chiamerà piazza Sebastiano Fancello». I funerali presero la forma della gloria: la folla venuta dalle comunità dopo ore e ore di viaggio, cantava piangendo, invocandolo come un santo. Il giorno dopo la morte il quotidiano di La Paz ( Presencia) pubblicò un lungo articolo, disegnando plasticamente la sua figura nel titolo in prima pagina: Padre Fancello, una vida integrada a la comunidad. Dove quel participio passato ( integrada) contiene una densità polisemica intraducibile con una sola parola: consegnata, distribuita, donata, totalmente consumata. Per la comunità.

Tatanu parte per il Perù
Da famiglia laboriosa di contadini, di statura robusta e forte, fiero come si conviene ad un dorgalese, Sebastiano Fancello (Tatanu Brusaerru, “bruciaferro”, come l’ho chiamano in paese per distinguerlo dalle omonimie di Dorgali) nel 1952 – appena un anno dopo la sua ordinazione sacerdotale nella Congregazione degli Oblati di San Giuseppe di Asti – partiva missionario. Aveva 26 anni e la determinazione di non voler fare il “prete borghese” in Italia. Voleva andare tra gli ultimi che potevano aver bisogno anche di lui. Destinazione: la missione del Perù, aperta nel 1948, dove operavano, nei villaggi sulla cordigliera delle Ande, alcuni suoi confratelli già ammirati per spirito e generosità. “Certosini in casa e apostoli fuori casa” era il motto che li guidava, secondo lo spirito del loro fondatore, Giuseppe Marello. Il territorio assegnato, quello di Barranco, città di 50 mila abitanti sulle rive del Pacifico a pochi chilometri da Lima, nella zona di Callejones (“Budella”), la più derelitta e malfamata, dove le famiglie sopravvivevano in promiscuità dentro stretti corridoi, tra muri senza luce e spesso senz’aria, prive di qualunque assistenza sanitaria. Era questo il quartiere dei pezzenti che contrastava scandalosamente con quello esibizionista dei milionari e col meno vistoso della classe media. Si capiva senza difficoltà la dinamica sociale: pochi ricchi senza scrupoli (in parte europei, italiani compresi) con la tacita connivenza delle autorità e della politica trafficavano risorse e potere nello scientifico sfruttamento della popolazione.

Quattro piani di speranza
Inizia qui l’avventura missionaria. Padre Sebastiano trovò subito il bandolo da dove tessere la risalita di questi disperati. Prima di tutto abbattere l’ignoranza, fondamento su cui prosperava la povertà. L’alfabetizzazione generalizzata insieme ad assistenza materiale diventa il preludio ad ogni altra impresa. Ciò che da subito – con l’aiuto dei confratelli e di alcune persone di buona volontà – riuscì a progettare e costruire fu un miracolo documentato e incontestabile tuttora apparentemente incredibile. L’elenco delle opere realizzate in 18 anni a Barranco è qui impossibile. Il compianto e mai dimenticato padre Paolo Monni, confratello e compaesano, ci ha lasciato nelle oltre 400 pagine del suo libro Un gigante in carrozzella la storia di tali opere e l’esempio delle virtù eroiche di chi le ha compiute. Con forte determinazione, già quattro anni dopo il suo arrivo, riuscì a far costruire e inaugurare un edificio di quattro piani: cappella e salone (mille posti nell’una e nell’altro) nel primo; le aule della scuola nel secondo; dormitorio con 200 letti nel terzo; palestra, piscina e stanze per gli educatori all’ulti-mo… La piscina e il basket… « E non siamo – chiosa padre Paolo Monni – nel regno dei sogni, ma nella periferia di Lima, dissestata e malfamata a causa degli speculatori di ogni risma e provenienza ». Una casa vera per i seminaristi e una scuola vera dove educare, incontrarsi, lavorare e pregare. In poco tempo radunò migliaia di bambini per dare loro i rudimenti del leggere e scrivere e in qualche modo iniziare alla conoscenza del cristianesimo, facendosi strada tra una fitta rete di superstizioni e riti magici.

Malato senza ascensore
Nel 1956, durante la solenne Festa dell’Indipendenza dalla Spagna, il Comune di Barranco gli riconosce solennemente il più alto premio: la medaglia d’oro per “la sua infaticabile opera pedagogica e religiosa”. La cronaca locale di quella giornata: « Quando nella piazza principale gremita di folla, il sindaco appese al petto di padre Sebastiano la medaglia d’oro registrò l’applauso più lungo e scrosciante mai sentito in città ». Eppure il protagonista di questi successi non solo viveva in umile povertà, ma aveva già scoperto la malattia che dalle gambe assaliva il corpo. Già faticava a salire i gradini del “palazzo” dove insegnava. Aveva “stranamente” dimenticato una comodità che per lui diventava pressante necessità: l’ascensore. Ma lo scopo erano gli altri, non se stesso. I primi sintomi nel 1954. Visita in una clinica di Boston e la terribile diagnosi: distrofia muscolare congenita e progressiva. Con la sicurezza della fede e la caparbietà del temperamento non cede un istante. Ancora cinque anni e nel 1961, accanto al caseggiato fa sorgere la chiesa parrocchiale dedicata a San Giuseppe Artigiano: 25 mila anime che guiderà da parroco, con l’assistenza di un altro confratello, padre Di Paolo.

Nell’inferno di Lima
Invece di rallentare, intensificava ed espandeva gli impegni anche oltre Barranco soprattutto nella periferia più squallida di Lima, per la quale il Vescovo aveva manifestato più volte grande preoccupazione. Al rientro dalla prima visita nella capitale esclamò sconsolato: «Ho visto l’inferno!».Aveva celebrato Messa su quattro cassette dei fruttivendoli raccolte dalla immondizia, « in mezzo ai cani randagi, alle mosche spalmate a migliaia sulla povera mensa d’altare ». Lima, Barriada di Comuco: tuguri di canne per abitazione, tetti di paglia e fango, senza strade, senza acqua né fogne, brulicante di insetti e maleodorante fino a provocare il vomito. Gente disperata, bambini abbandonati a guazzare tra i liquami in compagnia dei maiali. Seicento famiglie private di ogni dignità, minacciate mensilmente di essere cacciate col lanciafiamme dai padroni dei terreni che reclamavano gli affitti per l’occupazione. Qui fece intervenire un’Associazione di soccorso che aveva da poco istituito, i Caballeros de San Josè, e, dopo aver subito insulti e aggressioni persino da parte di un gruppo di comunisti, ebbe la meglio sulla “mafia della miseria”. Lo stesso Presidente della Repubblica lo sostenne per far costruire 600 casette bifamiliari servite di strada, acqua e luce. La Barriada di Comuco fu liberata nel 1962 e il missionario vi tornava ogni sabato a celebrare Messa, ma anche per proiettare film o distribuire pacchi di viveri e vestiti.

I benefattori
La Provvidenza usciva dalle porte dove sapeva bussare e che spesso gli si aprivano con generosità: famiglie ricche e solidali, in molti casi non lontane da quelle stesse periferie di Barranco e di Lima. Aiuti provenivano anche dagli Stati Uniti e dall’Europa, in particolare da Germania e Italia, coordinati questi ultimi dagli stessi dorgalesi, i nipoti Maria Teresa e Pietro in particolare, impegnati a supportare un’opera che metteva in primo piano la dignità umana: affrancare le famiglie dalla dipendenza, renderle autonome, spezzando insieme quel fatalismo ancestrale che le paralizzava nell’inerzia e nell’attesa. In poche parole, evangelizzazione e promozione umana. Anzi, promozione umana ed evangelizzazione. La traccia si trovava nell’enciclica Populorum progressiodi Paolo VI, anticipata nel 1961 di sei anni fondando e dirigendo, con una grande dose di coraggio, la cooperativa “San Josè Obrero”, banca alternativa finalizzata all’umanizzazione di un’economia particolarmente selvaggia, favorendo il risparmio familiare minato dallo sfruttamento delle banche e dalle frequenti svalutazioni fraudolente della moneta locale. Iniziativa dirompente e pericolosa anche per l’incolumità personale, ma sostenuta dalla popolazione grazie agli evidenti successi come i benefici per i soci e i tassi sostenibili dei prestiti alle famiglie in difficoltà diretti soprattutto a scopi sanitari e scolastici o per affrontare spese straordinarie.

Visita a Dorgali
Nel 1965, dopo 13 anni, tornò al suo paese. Ormai camminava a stento, ma non voleva commiserazioni, non accettava aiuto e sulle scale si arrampicava con decisione e col sorriso sempre sulle labbra. Ricordo i vari incontri a Nuoro nel Santuario de Le Grazie durante quell’estate: informava i fedeli della grande povertà delle popolazioni peruviane, delle difficoltà incontrate e del bene necessario di cui avevano urgente bisogno. Ci sensibilizzò sulla situazione sanitaria disastrosa e sulle percentuali impressionanti di mortalità infantile. Gli diedi un certo numero di termometri e un misuratore di pressione. Ho ancora impresso il suo ringraziamento: «Tu non hai idea di quante vite possiamo salvare con questi strumenti ». Ripartì presto dalla Sardegna, nonostante le insistenze a fermarsi per attendere al suo stato di salute sempre più precario. Una visita a Lourdes, dai confratelli a Roma e ad Armeno, e poi di nuovo a Barranco. Ma la situazione per lui si faceva ulteriormente difficoltosa. In tre a gestire una impresa vastissima: il Seminario con 86 studenti, la parrocchia di oltre 15 mila persone, le varie attività assistenziali in favore dei poveri e quelle educative dei 1500 bambini di scuola elementare di Barranco e della periferia di Lima… «E lui – come dice un testimone – ne era l’anima, non diceva mai di no, voleva aiutare tutti in tutto». Lui: ormai dal 1968 ridotto alla sedia a rotelle, un Gulliver paralizzato nel corpo da lacci e laccioli che gli rallentavano la vita, sottraendogli forza, tempo e spazi.
Trasferito in Bolivia Malattia a parte, non poteva andare tutto bene ancora a lungo. Nonostante stesse all’altare “seduto” a celebrare o a predicare e bastasse uno sguardo o il movimento di un dito per dirigere oltre un migliaio di persone pendenti dal suo gesto e dal suo affetto, altri elementi non tutti controllabili e lineari ebbero effetti destabilizzanti. Nel febbraio del 1970 arrivò l’ordine dei suoi Superiori di trasferirsi nella missione della Bolivia. Decisione inaspettata per lui e soprattutto sconcertante per la stragrande maggioranza dei fedeli. L’obbedienza fu docile e totale, ma la sofferenza, da supporre, immensa. Non oppose lamenti o resistenze, smorzò, anzi, persino le proteste pubbliche dei fedeli: « Dio mi chiama altrove, sia fatta la volontà di Dio ». Sappiamo però che la decisione fu presa dopo una riunione plenaria di metà ottobre del 1969 dei confratelli degli Oblati del Perù convocati a Chaclacayo ufficialmente per aggiornare lo statuto dell’Ordine alle novità conciliari. Invece si finì per decidere un organigramma di spostamenti di sacerdoti, a partire dai dirigenti del Collegio Apostolico di Barranco accusati di non produrre i frutti sperati e non informare le parrocchie giuseppine che contribuivano alle spese del seminario su come venivano spesi i fondi. Insomma accuse dirette a colpire proprio lui, in modo ipocritamente velato e sfacciatamente ostile. Un testimone presente a quella riunione ci informa che non aggiunse una sola parola a quanto detto dai due confratelli suoi collaboratori decisi nel replicare che i contributi venivano unicamente utilizzati per adempiere alle esigenze degli studenti e dei fratelli filosofi. « Non ho fatto niente di male, di cosa mi devo difendere?», replicò quella notte durante il rientro a Barraco all’accompagnatore che gli chiedeva conto del suo silenzio. « I soldi sono tutti lì, nel seminario e nella parrocchia », ribadiva quando raramente ne parlava, senza dire – come dimostrato da successive testimonianze – che i contributi delle parrocchie non erano sufficienti e al disavanzo avevano provveduto lui e i suoi benefattori. Manifestò piena obbedienza di fronte alla carenza di umanità dei suoi superiori. Obbedì senza nulla chiedere e ricordando l’episodio, in una lettera a monsignor Mario Pasini, alla fine degli anni Ottanta sembra parlarne con totale distacco: « Dal 1970 già non riuscivo ad andare su nei quattro piani del Seminario e per quello venni nell’altipiano, dove non abbiamo grattacieli…».

Miseria e riti tribali
La nuova missione non era proprio pensata per favorire la sua salute: Guaqui, 90 chilometri dalla capitale La Paz, un centinaio di chilometri quadrati, 28 villaggi, 4.500 nuclei familiari per un totale di 25 mila abitanti, nelle rive del Titicaca, il lago più alto del mondo (3800 metri). Il clima freddo e la respirazione carente d’ossigeno avrebbero fiaccato chiunque, ma non un uomo convinto e tenace. Vi trascorse, infatti, 23 anni portando la croce sempre più pesante della malattia e fece ancora meraviglie col suo amore e la sua fede. Trovò la situazione dei campesinos spaventosa. Avevano una venerazione ancestrale per la Terra Madre (la Pacha Mama), una specie di panteismo animistico, rapportandosi agli elementi naturali come fossero persone. Parlavano al sole, alle stelle, al lago e alle patate, come fossero vivi e in ascolto. Parlavano una delle lingue più antiche (2500 anni a.C.) e più difficili, l’Aymarà, oltre allo spagnolo retaggio della lunga dominazione. Dagli occupanti iberici avevano anche preso i rudimenti del Cristianesimo, ma esso permaneva pacificamente sincretico, intrecciato con un marcato strato di miti paganeggianti. Vivevano di agricoltura e pastorizia praticate con metodi primitivi. Avevano beneficiato sì, nel 1952, della Riforma agraria, diventando proprietari di un pezzo di terra, ma senza mezzi adeguati per lavorarla, essa, tra le più aride del pianeta, non dava frutto. La loro vita, quindi, non era migliorata. Alle ostilità ambientali si sommava l’analfabetismo generalizzato che li rendeva succubi di abitudini inveterate ostili ad ogni forma di razionalità. Perché non morissero, gli ammalati venivano legati mani, collo e gambe (così l’anima non sarebbe uscita dal corpo), perché la morte fosse minacciata dall’entrare in casa, piantavano coltelli sulla porta… Difficile poi, ad esempio, migliorare le colture, quando gli stregoni (gli Yatiri), imponevano pubblicamente la credenza che la grandine comprometteva i raccolti a causa del malefico potere esercitato dalle donne.

Impegno su tutti i fronti
Forte anche della lunga esperienza in Perù, s’immerse immediatamente nell’ambiente. Imparò la loro difficile lingua e questo fu un eccezionale biglietto da visita. Ma poi, come fosse il “manager dei poveri”, attivò i vari settori avviandoli alla risalita. Il preambolo del suo Programma era chiaro: « Non si può pensare alla salvezza dell’anima, senza occuparsi della salvezza del corpo. L’uomo intero deve essere salvato e per questo la Chiesa non può rimanere indifferente al problema della fame, del lavoro, della malattia e dell’educazione » . Già nel primo anno forma 47 catechisti che prima della catechesi insegnano a leggere e scrivere, « e soprattutto a vivere »: eccoli distribuiti nei 40pueblos della parrocchia di Santiago Apostolo, dopo alcuni anni saranno anche riconosciuti come insegnanti dal Governo (pagati però dai Padri) e dislocati in 31 scuole, provvedendo a cinquemila bambini. Ecco la formazione di 52 giovani “promotori della salute” capaci dei primi soccorsi, ma incaricati di accompagnare il medico a domicilio e di seguire i malati, provvedendo anche alle medicine. Per l’agricoltura tra l’altro organizza la “Cooperativa Agropecuaria”, intitolata “Misereor” dal nome della Associazione cattolica tedesca che in varie tranche dona oltre ventimila dollari destinati all’acquisto di trattori, aratri e un camion. Lo stesso Governo fornì 500 piccoli aratri di ferro. Insomma, dopo quattro anni, nel 1976, la Cooperativa contava 1.600 soci e alla fine degli anni Ottanta 2.500. Dall’estero arrivarono semi e piante di qualità, concimi e insetticidi adeguati e « il risultato fu straordinario: raccolti mai visti, dalle patate minuscole e striminzite a patate enormi fino a mezzo chilo ». La terra, smossa in profondità, ormai dava frutti non solo per il consumo delle loro famiglie, ma anche da vendere. Nonostante l’ostilità dei pochi commercianti affaristi e degli stregoni, la cooperativa in poco tempo si impose come la più attrezzata ed efficace, la migliore, della Bolivia, anche per l’impegno dimostrato nella costruzione di nove stalle dove allevare animali di razza in una terra dove le mucche producevano al massimo un litro e mezzo di latte al giorno e le pecore non venivano neppure tosate.

Diversamente disabile
«Come fa questo padre a fare tutte queste cose, essendo infermo? » , si chiedevano i boliviani. Indicativa a questo proposito è la testimonianza di padre Renato Camboni confratello cagliaritano che lo raggiunse nel 1976 in una parrocchia di La Paz: «In quegli anni poteva camminare aiutato da due persone; andava con la sua jeep da tutte le parti e quando non poteva salire i gradini si faceva aiutare. Questo non era un handicap per sviluppare le sue attività che non erano poche: parroco del Santuario di Santiago Apostolo, cappellano del quartiere, faceva lezione di religione a Desaguadero (villaggio a 20 chilometri da Guaqui) e in altre 28 comunità; non passava giorno che non andasse a visitare gli ammalati, a controllare i lavori di opere murarie, a visitare le fattorie, in poche parole “una macchina sempre in movimento”. Si alzava presto (impiegava due o tre ore a vestirsi e farsi le pulizie) ma a Messa era sempre puntuale; vita comune col confratello, recitava il breviario in latino e non ha mai trascurato la sua vita religiosa».

Alluvione apocalittica
Nel giugno 1986, l’inondazione del Titicaca: la tragedia immane colpisce soprattutto la parrocchia di Guaqui. La notizia trasmessa per lettera al nipote Pietro Mula è quasi apocalittica: « Delle nostre 28 comunità, 20 sono state inondate e circa 1500 case sono state distrutte. Le coltivazioni che si trovano vicino al lago e al fiume (le più fertili) sono state inondate, danneggiando l’area coltivata al 90%. Circa 1500 campesinos sono periti » . Il fiume era del tutto sparito nel lago, quattro scuole ed un collegio distrutti e così pure due cappelle; rase al suolo 320 abitazioni e la scuola parrocchiale. Attivò la Caritas boliviana e internazionale (Usa, Italia, Germania) e ad agosto, a tempo di record, il giornale locale Presencia annunciava che padre Sebastian Fancello riuniva la comunità di Guaqui nella gioia, « perché 240 famiglie uscivano dall’angustia di aver perduto le loro case » e annunciava il finanziamento già disponibile per altri 500 alloggi. Il promotore sempre lui, salvo “dimenticarsi” di far restaurare anche la casa parrocchiale, come non si ricordava mai di comprarsi sottane nuove, andando senza vergogna con quelle lise e sdrucite. Problemi per lui secondari questi, prima i poveri…

Le incompiute
Per una descrizione dettagliata dobbiamo rinviare al citato volume di padre Monni, voglio però qui almeno accennare a due progetti da lui inseguiti inutilmente. Il primo consisteva nel destinare a ogni famiglia una mucca di razza che potesse arrivare a produrre, dal consueto litro e poco più, fino a 10 litri di latte giornalieri e in questo modo contare anche su un di più da vendere. Questo si tradusse, ovviamente, nella necessità di introdurre, grazie a nuovi aiuti internazionali, la tecnologia avanzata dell’inseminazione artificiale ( embrion transfert).
Sono stato testimone personale di quanto ritenesse decisivo tale traguardo nelle ultime sue due visite (solo 5 in 41 anni) in Sardegna, quella soprattutto del 1989 poi trascorsa più alla clinica Gemelli di Roma che a Dorgali. Dalla sua sedia a rotelle dettò lettere commoventi ai nostri politici: chiedeva di sostenere questo progetto non con sovvenzioni generiche, ma inserite nei programmi per i Paesi in sottosviluppo. Con toni accorati, quasi di scusa per il disturbo, scrisse al ministro degli Esteri e anche ai nostri onorevoli nuoresi con incarichi al Governo; scrisse all’Istituto Zootecnico Caseario “Tottubella” di Sassari, a personalità private conosciute per la loro sensibilità umanitaria. Solo la Conferenza Episcopale Italiana diede un contributo permettendo l’avvio del primo lotto. Poi il silenzio. Il progetto restò incompiuto. Il sogno della Radio parrocchiale, si avverò invece cinque anni dopo la sua morte, approvato e finanziato dall’Italia, Radio Corazon Amigo Guaqui, diretta dal giornalista Silvestre Màrquez, suo allievo, tiene ancora viva la sua voce che si diffonde nelle case e in quella piazza dove la sua tomba è meta continua di visite, di venerazione e di preghiera.

Santo senza altare
Padre Sebastiano è reclamato dal pueblo de Dios di Bolivia, dal suo pueblo, come un santo. «Sarebbe stato meglio non averlo conosciuto – testimonia Virgilio Saitta – perché più l’ho conosciuto e più mi son scoperto un verme, una nullità nella società. E perché questi uomini non assurgono all’onore degli altari? Ma che cosa manca perché la Chiesa ritenga questi uomini santi?». La stessa domanda si pongono a Guaqui e Barranco, oltre alle tante persone, dagli umili indios a sacerdoti e vescovi, che lo hanno avvicinato. Una miriade di testimonianze si sono levate e si levano tuttora perché gli sia riconosciuto l’onore degli altari. A sentire tali richieste padre Sebastiano si farebbe una sonora risata, ci sembra di vederlo. Ci consola il fatto che sono gli uomini a canonizzare altri uomini. Sappiamo che non tutti i santi sono nel “paradiso” della Chiesa, e qualcuno dubita pure che tutti in quel paradiso siano veramente santi. Anche nelle nostre sacre istituzioni, inesorabilmente, le vie restano “umane, troppo umane”.

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