Gli si fece vicino

Quando si proclama il Vangelo, nella Celebrazione Eucaristica, ogni fedele fa un piccolo segno di croce sulla fronte, sulla bocca e sul petto. Sulla fronte: perché la Parola ascoltata possa essere ben capita. Sulla bocca: perché possa essere degnamente proclamata ed annunciata. Sul petto: perché possa abitare nel cuore e quindi essere amata e custodita.
La prima lettura di oggi è il fondamento di quanto appena affermato. Il popolo, nel suo lungo peregrinare nel deserto verso la Terra Promessa, vive continui alti e bassi: momenti di fiducia nel Signore e altri di scoraggiamento- delusione-disorientamento. L’alleanza con Dio sembra essere più un peso che schiaccia, piuttosto che ali che fanno librare in alto. Mosè avverte e incoraggia: Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo… non è al di là del mare… Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica. E il salmista incalza: I precetti del Signore fanno gioire il cuore. Mosè vuol far capire al popolo – e a tutti noi – che Dio non è lontano e distante, ma è vicino a noi, accanto a noi, in noi e noi in lui.
Il Verbo fatto carne è l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
L’Apostolo Paolo, nel meraviglioso inno della lettera ai Colossesi (seconda lettura), ci annuncia Cristo Gesù come immagine del Dio invisibile. Davvero Dio si è fatto uno di noi. Ci si è fatto vicino e ha scelto di rimanere per sempre con noi: è il grande dono dell’Eucarestia, sacramento permanente della vicinanza e prossimità di Dio. Un posto centrale occupa la pagina evangelica con la ormai familiare parabola del buon samaritano. Essa è l’esemplificazione di una storia vera. Gesù, in realtà, sta raccontando di sé: egli è un “samaritano”, cioè un uomo ritenuto impuro-eretico-disprezzato dai legalisti e benpensanti del suo tempo. Egli però è l’unico – a differenza di quanti si giudicano “a posto con Dio” – ad accostarsi all’umanità ferita e sanguinante. Passa accanto, vede e ne ha compassione: quest’ultima non è pietà o commiserazione, ma è un sentire fin nel profondo del proprio essere un coinvolgimento concreto con la realtà di una persona. Scende dalla sua cavalcatura per farvi salire l’uomo ferito e abbandonato: scende dal cielo per riportarvi l’uomo salvato e guarito. E i due denari che spende per prendersi cura di lui, sono il suo Corpo e il suo Sangue dati per la nostra salvezza.
E dopo averci parlato di sé, cosa ci dice? Va’ e anche tu fa’ così… che somiglia tanto a quel “fate questo in memoria di me”, che ci chiama in causa ad ogni Celebrazione Eucaristica e ci impegna a farci prossimo nelle svariate situazioni di disagio, di sofferenza, di abbandono. Siamo noi quel samaritano che passa vicino e si prende cura senza far conto di sé, obbedendo semplicemente alla legge dell’amore.
Padre misericordioso… donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo (Colletta alternativa).

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