Gladiatori senza gladio tifosi senza onore

Raffigurazione realistica, visibile, di una nostra vita politica e di un modello di socialità: somiglia ad un’arena di gladiatori all’epoca dell’impero romano. Chi ivi combatteva non era necessariamente uno schiavo: spesso diventava un mito, un investimento economico e finanziario come accade oggi con i nostri calciatori, i professionisti sportivi di ogni specie, i pugili non sul ring ma sugli schermi televisivi. Dal Velabro e dal Pigneto, dal colle Oppio e dalla suburra a Roma si accorreva per vedere lo spargimento di sangue. Il sangue di battaglie che loro spettatori non avevano fatto ed avevano demandato e preteso da altri; loro avvezzi ai panem e circerses, al contributo e al bonus, alla sportula, al sussidio e all’ozio assistito. Nel frattempo i soldati romani combattevano e morivano per davvero, senza applausi, in nome di un dovere. Come milioni di italiani e di sardi, oggi.
I gladiatori attuali non usano spade o lance, mazze o forconi: adoperano l’insulto, la menzogna, l’insinuazione, lo slogan volgare, la violenza verbale, l’odio ideologico. Più questa lotta alza i toni e più i tifosi si esaltano, applaudono, twittano messaggi tra il delirante ed il grottesco, trasudano astio da tutti i pori. Tutto è stato ridotto a spettacolo, pertanto il confronto deve diventare scontro e per avere ragione bisogna urlare. Tutto è esibizione, ostentazione per scatenare gli istinti più bassi dei propri beniamini.
Nella società priva e privata di valori seri, costellata di vagabondi etici e culturalmente sradicati, la regola dominante è quella dell’apparire. Anche le tragedie diventano teatrini, anche la morte una sceneggiata.
I gladiatori odierni prima votano in Parlamento una legge e poi la rinnegano sulle piazze; ieri dicevano una cosa od ora il suo contrario; sono alla continua ricerca di un capro espiatorio, di un nemico da far odiare. Vogliono vincere a tutti i costi, anche con l’inganno,
ma non convincono perché non sanno realmente convivere. Non sanno riconoscere il valore dell’avversario che va demolito in ogni modo. Combattono per sè stessi, come generali senza truppe, e per conquistare il consenso di una platea volubile e volatile. Si arriva perfino a godere delle disgrazie che si abbattono su di un innocente.
A tal proposito mi rimugina un possibile e drammatico dialogo tra il centurione romano e Claudia Procula, moglie di Ponzio Pilato. “Ho combattuto molte guerre nei luoghi più diversi dell’impero, ho ucciso tanti nemici, ma solo quel giorno mi sono sentito un assassino”. “Quel giorno mi sono sentito un assassino”. Lo dice uno che ricorda di essere uscito grondante del sangue suo e dei nemici dai campi di battaglia nella Commagene, nel Ponto, in Rezia e in Pannonia. «Ma quel sangue – dice il centurione – era per me un onore, non volevo togliermelo di dosso. Invece, a Gerusalemme, la mia armatura era pulitissima eppure mi sentivo sporco di sangue, sentivo un insopportabile odore acre e dolciastro di carne umana. Come non lo avevo mai sentito nelle caterve di soldati nemici ammazzati. La verità è che avevamo crocifisso non un nemico ma un innocente e questo mi fece star male per diversi giorni. Poi sentii dire che quell’uomo crocifisso non era più nel sepolcro, che era sparito, tornato in vita. Gli altri compagni militari si sentirono presi in giro, io invece provai un sospiro di libertà. Perché se era così io non ero un assassino, non avevo ucciso un innocente ». Ricordiamolo: è colpa grave lapidare chiunque, anche tramite tastiera, specie gli innocenti.

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