Giustizia e misericordia, cose difficili da coniugare

Può darsi che tra i lettori di questo editoriale troverò pochi consensi ma, in coscienza sento di dover scrivere quanto credo. Il 17 febbraio è morto Raffaele Cutolo, l’ex boss sanguinario della Nuova Camorra Organizzata. In galera ha scontato 57 dei suoi quasi 80 anni. Era ricoverato nel reparto riservato ai detenuti dell’ospedale di Parma, recluso al 41bis da oltre 25 anni. Il suo quadro clinico era compromesso da diverse patologie che si portava dietro da decenni. Ultimamente non riconosceva neanche la moglie e la figlia, non riusciva a tenere in mano un bicchiere d’acqua ed era alimentato con pappette. Il decesso è avvenuto per le complicazioni legate ad una polmonite cui si è associata una setticemia del cavo orale. Il tribunale di sorveglianza di Reggio Emilia aveva rigettato la richiesta di scarcerazione. La motivazione era che il detenuto poteva essere curato in carcere senza correre rischi di sicurezza mandandolo ai domiciliari o in una struttura sanitaria esterna.
Nulla toglie al male commesso da ‘o professore, come lo chiamavano i suoi compagni di carcere, al fiume di sangue versato con la Nuova Camorra Organizzata, alle lacrime di innocenti colpiti dalla violenza. Le sue vittime e i loro congiunti hanno il diritto di odiarlo, visto che il perdono non si può imporre per legge. Resta però l’interrogativo sulla legittimità ed opportunità di tenere al carcere duro un uomo di ottant’anni. Cutolo ha trascorso in libertà solo 25 anni dei suoi 79 anni di vita: 25 li ha passati al 41bis e trenta in giro per carceri di massima sicurezza come l’Asinara e Badu ‘e Carros. Nel frattempo, la Nuova Camorra (Nco), fondata 40 anni fa, non esiste più o è diventata altra cosa. I vecchi luogotenenti e militanti sono quasi tutti morti o vecchissimi. Davvero c’è un rischio per la sicurezza scarcerando, per un pugno di mesi, un moribondo? Chiamiamola pure giustizia ma quella in questione ha tutte le caratteristiche di una vendetta.
Raffaele Cutolo rilasciò il 24 febbraio 2006, a Paolo Berizzi, di Repubblica.it un’intervista nella quale diceva: «Pago e continuerò a pagare gli errori che ho fatto, il mio passato scellerato. Però senza mai perdere la dignità. So che mi faranno morire in carcere. E a una fine così, preferisco la pena di morte». Come vive in carcere? «Ogni mattina quando mi sveglio faccio il segno della croce e accompagno il funerale del mio cadavere. Passo il tempo pregando, leggendo, scrivendo. Soprattutto poesie, la mia passione. Ho dei problemi agli occhi e alle mani. Il carcere toglie la dignità e a lungo uccide anche l’intelligenza. Le misure previste dal 41 bis prevedono ispezioni corporali per i colloqui. Ti passa la voglia di ricevere anche tua moglie o gli avvocati». E a proposito del fatto di non aver mai chiesto pubblicamente perdono, rispose: «Il perdono si chiede espiando la pena, e basta».
Penso che nessuno avanzi assoluzioni per i crimini commessi da don Raffaele. Ma penso anche che un gesto umanitario nei suoi confronti, negli ultimi mesi della sua terrena avventura, non avrebbe tolto nulla alla giustizia istituzionale. Anzi, è proprio la Costituzione a ricordarci il senso della pena: non può essere solo punizione ma strumento per redimere. Quando c’è soltanto pena non c’è giustizia. A noi cristiani la Quaresima dice che dove non c’è misericordia non c’è Gesù.
Bella sfida conciliare giustizia pubblica e pietà cristiana.

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