Giubileo sacerdotale, l’omelia di don Vedele

Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia pronunciata da don Ciriaco Vedele lo scorso 29 giugno a Santa Lucia in occasione della Santa Messa per il 50 anni di Ordinazione sacerdotale.

di don Ciriaco Vedele

Ancora un caro saluto molto grato e molto cordiale a tutti voi fedeli e amici venuti da vicino e anche da lontano. Saluto sua eccellenza monsignor Mosè insieme a monsignor Pietro Meloni, il sindaco Gianluigi Farris insieme al Consiglio comunale, le autorità tutte. E saluto con molto piacere gli amici sacerdoti che in questo giorno solenne dedicato ai santi Pietro e Paolo hanno trovato il tempo di condividere con me un momento di gratitudine e di ringraziamento. Di che cosa pensate che si parli? Ma di che cosa vi devo parlare? In questi pochi minuti che mi concedete (concedetemeli: io ho dato 50 anni, voi datemi almeno un quarto d’ora questa sera), vi parlero del sacerdozio, del sacerdote, della sua missione, della sua missione in mezzo a noi e sommessamente farò anche qualche accenno al mio sacerdozio. Certo non dimentico i santi Pietro e Paolo, san Pietro per avermi aiutato da primo vicario di Cristo a stare con nella Chiesa, con la Chiesa e per la Chiesa, san Paolo come maestro incomparabile con la parola e ha illuminato la mia vita, le mie scelte, la mia missione di evangelizzatore ed entrambi mi aiutano certamente a condurre la buona battaglia, a terminare la corsa e, soprattutto, a conservare la fede.

Quando il sacerdote celebrava la Messa in lingua latina, i più grandi certamente se lo ricorderanno, introduceva la celebrazione con le parole introíbo ad altáre Dei: ad Deum qui laetíficat iuventútem meam. Faccio un mix di domanda e risposta perché è un felice messaggio per tutti sentire che il sacerdote a 25, 50 o 80 anni o più, proclama la sua giovinezza e loda il Signore perché la rende lieta e serena. E’ una meraviglia questa giovinezza mentale e spirituale che supera l’anagrafe, diluisce i segni evidenti dell’età rigenerando energie e sogni, speranze e progetti. Ammiriamo certo i nostri giovani e un po’ li invidiamo, anche i giovani preti di cui fortunatamente la nostra diocesi ricomincia a popolarsi. Penso ai tre futuri novelli sacerdoti, Roberto, Emanuele e Giovanni, che il nostro vescovo consacrerà nei prossimi mesi; a padre Mauro Isacchi che ancora profuma del crisma della recente consacrazione sacerdotale. Penso ancora con gioia al gruppo di seminaristi nuoresi che si stanno preparando al grande giorno. Non è certamente fuori luogo in questo giubileo sacerdotale aprire una finestra verso i giovani che rinvigoriscono e contagiano tutti noi e imprimono quell’energia alla Chiesa dove anche i presbiteri più anziani hanno un ruolo intramontabile, joventute meam, con la vita, gli insegnamenti, la saggezza e la generosa donazione a Cristo e ai fratelli. Proprio l’altro giorno, tre giorni fa, papa Francesco, con l’immediatezza che lo caratterizza, ha sottolineato la bellezza e la preziosità del presbitero che vuol dire anziano, affermando “chi definisce noi sacerdoti anziani la gerontocrazia della Chiesa vuol dire che non capisce nulla”.

Dopo aver respirato l’aria di Dorgali, mio paese natale, ed essere cresciuto con parenti e amici, ho viaggiato per oltre sessant’anni dalla montagna al mare, dal centro alla periferia, Da Siniscola a Fonni, a Nuoro,  e ancora Siniscola, Santa Lucia e ancora Nuoro, dove sono stato sempre accolto, come dice la Bibbia, come “messaggero di buone notizie” perché questa è l’identità e la missione del sacerdote. Ho vissuto la meravigliosa fraternità dei figli di Dio e ho sperimentato la grandezza insuperabile della missione del sacerdote. Tanti paesi, tante storie, tanti volti, ma sempre in cammino, insieme, con passioni ed emozioni differenti, alla ricerca della verità, della felicità, e del vero senso della vita raggiungendo traguardi felici ma anche sperimentando fatiche, sofferenza, ritardi e delusioni. Sempre avanti però, con lo sguardo in Cristo, con l’essenziale e duplice obiettivo: l’amore di Dio e l’amore dei fratelli, il magistrale programma che per tutti noi ha tracciato Gesù. Ed è sempre Lui, il Signore, che a noi sacerdoti consegna gli strumenti per realizzarlo. La Sua grazia, la Sua presenza, il Suo amore, i Suoi sacramenti, la Sua misericordia, la Sua provvidenza, la Sua parola, la Sua verità. Facendoci certamente vivere il dolore del calvario ma anche la gloria del Tabor, la solitudine del Getsemani ma anche il trionfo di Gerusalemme.

Ripenso ai giorni antichi…, ricordo gli anni lontani… un canto nella notte mi ritorna nel cuore…, canta il salmo 77:  quanti eventi, quante avventure, quanti tramonti e quante aurore, hanno racchiuso le circa ventimila messe che io ho celebrato in questi 50 anni, 1.500 battesimi, circa mille matrimoni, 2.500 celebrazioni di preghiera e di saluto ai fratelli che ci hanno lasciato. E poi ancora un’infinita serie di attività pastorali, sociali, culturali, formative, dai ritiri spirituali ai campi scuola, dagli incontri di preghiera ai raduni di festa, tutti insieme, ispirati da Cristo e dal vangelo. Sono solo alcuni dati che approssimativamente si possono calcolare ma che certamente non esprimono la gioia e la sofferenza, la ricchezza spirituale e l’intensità della fede e della carità che essi contengono. Tantomeno rivelano la ricchezza di grazia che questi gesti sacri ci offrono è lo stile pastorale che caratterizza la missione di ogni sacerdote. Sacerdote per 50 anni o per un anno, credo che ognuno di noi, cari confratelli, senta ancora oggi gli echi vicini e lontani della nostra ordinazione sacerdotale. Sacerdote per celebrare e condividere l’Eucarestia: ho cercato di leggere e meditare insieme con voi le parole del Vangelo. Ho accolto gli insegnamenti della Chiesa e le sue materne sollecitazioni a promuovere la solidarietà, la carità, l’amore fraterno, il rinnovamento conciliare nella liturgia e nella catechesi. E ho cercato, anche se faticosamente, di vivere questa missione nei miei 50 anni di sacerdozio perché ho sentito sempre risuonare viva e forte l’ammonizione del vescovo nel giorno della mia ordinazione sacerdotale: il sacerdote deve offrire sacrifici, benedire il popolo di Dio, presiedere, predicare e battezzare.

Cristo, la Chiesa, la storia, la gente, definiscono in maniera chiara e significativa la missione, il ruolo, i fini e i mezzi che il sacerdote ha per svolgere il suo ministero. Oggi guardiamo con gratitudine al Signore che è passato nella nostra terra e nelle nostre comunità rivolgendo la Sua attenzione ai ragazzi e alle nostre famiglie. Una chiamata che ha trovato un terreno fertile, un’adesione generosa, una risposta pronta ed entusiasta, clima generoso e genuino in tante famiglie e nel cuore anche di tanti ragazzi: venite a Me, andate ad annunziare il mio vangelo, battezzate tutte le creature, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, cacciate i demoni guarite i malati! La risonanza di queste parole ha riecheggiato feconda e felice nel cuore di tanti giovani siniscolesi, dorgalesi, fonnesi, nuoresi. E il Signore ci ha potuto avere tra i suoi amici. Siamo diventati i Suoi apostoli, i Suoi ministri, i Suoi insostituibili collaboratori. Collaboratori di Cristo e d sempre, dovunque, dall’altare alle baracche, dalle metropoli al villaggio, dal pulpito alla strada, dal palazzo all’ospedale, dall’oratorio alla periferia, dal paese alla missione lontana, come ci ha annunziato don Antonello Tuvone che sta per partire proprio in una missione lontana. La presenza del sacerdote non ha confini: andiamo incontro ai bambini, ai malati, ai giovani, agli anziani, per raccogliere un lamento, risolvere un problema, attenuare una sofferenza, per fare un tratto di strada insieme, per cercare una risposta, per coltivare la speranza, la fiducia, e portare anche la croce, ma soprattutto per portare il Cristo Salvatore, Amico, Via, Verità e Vita.

Con le mie debolezze e le mie fragilità, mi sono spesso sentito parte viva e attiva di questo dinamismo pastorale e sacerdotale. Anch’io, senza presunzione, credo di poter aver sperimentato questa meravigliosa collaborazione con la Cristo e con la Chiesa, con i confratelli, con una schiera numerosa di preziosi e indimenticabili collaboratori che siete tutti quanti voi. Anch’io, come tutti i sacerdoti, mi sono sentito amato dal Signore perché mi ha scelto è mi ha chiamato per nome: mi ha voluto santo ma ha sempre compreso le mie debolezze; mi ha voluto zelante ma non ignora la mia stanchezza; mi vuole disponibile ma non dimentica i miei limiti; mi vuole suo ma mi condivide con la comunità; mi vuole gioioso ma non risparmia la sua croce; mi vuole preparato, aggiornato, ma non ignora le sollecitudini  incessanti e quotidiane che talvolta rubano lo spazio alla cultura e all’aggiornamento. Il prete è un uomo mangiato diceva sant’Ignazio di Antiochia, il sacerdote è per i suoi fratelli e vive per Cristo. Non viviamo più per noi stessi ma per colui che è morto e risorto per noi, ci avverte l’apostolo. Vivere per Lui e vivere come Lui, questa è la scelta, il programma, la tensione che ha animato e sostenuto gli anni del mio sacerdozio: questo è il nobile, generoso proposito, lo stile di vita che anima i sacerdoti nel loro ministero.

Davanti a tutti voi a cui dico grazie con tutto il cuore per la vostra presenza, per la vostra amicizia, per la vostra costante vicinanza nei momenti del successo e nei momenti della sconfitta, oggi voglio dire grazie anche alla mia famiglia, ai miei genitori, alle mie sorelle, zii, nipoti, che mi sono stati sempre vicini creando intorno a me un clima di serenità e di costante aspirazione al traguardo del sacerdozio. Tra tutti voglio fare un nome: mia sorella Pina che per 50 anni, giorno dopo giorno, ha condiviso il mio percorso sacerdotale con uno stile di generosità e di disponibilità verso tutti: l’atteggiamento evangelico di Marta l’ha benevolmente contagiata trasformando la nostra casa a Siniscola, a Fonni, Nuoro  e a Santa Lucia,  nella casa dell’accoglienza e della buona ospitalità. Grazie Pina.

Voglio dire grazie ai quattro vescovi, monsignor Melas, Melis, Meloni, e al nostro vescovo monsignor Mosè Marcìa ai quali devo la gioiosa continuità del mio sacerdozio. Ringrazio i cinque parroci e i dieci viceparroci, con un ricordo particolare per don Basilio Meloni, il parroco della mia infanzia e della mia ordinazione sacerdotale di cui in questi giorni, il mese prossimo, ricorre il cinquantesimo della sua morte. Ricordo con piacere il quasi centenario don Diego Calvisi che è stata la mia prima guida da chierichetto a Dorgali e la mia guida da novello sacerdote a Siniscola. Il mio grato pensiero va pure ai maestri e ai catechisti che mi hanno insegnato a gustare la bellezza della vita e della vocazione. Ringrazio di cuore tutti i gruppi ecclesiali che in tante circostanze hanno creato gioia e fatica ma hanno sempre sostenuto i miei progetti e i miei impegni, facendosi accompagnare volentieri da un sacerdote che forse non aveva tutto quello che loro desideravano ma che sono stati meravigliosi nel camminare insieme con me verso il grande traguardo della santità. Chiedo ancora a Dio di benedire amici e confratelli e particolarmente i preziosi e insostituibili collaboratori di questi 50 anni e tutti i fedeli, e siete voi, che la Provvidenza mi ha fatto incontrare. Questo è il giorno dei ricordi ed è il giorno della gratitudine. Oggi, cari amici, continuerò ad affidare al Signore e a voi fratelli di questa e di tutte le nostre comunità, il mio proposito, il mio progetto che ancora mi pone davanti a Cristo e vicino a tutti voi in una missione di servizio, di evangelizzazione e di amore.

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