Gettare via le nostre maschere
di Michele Casula

4 Marzo 2022

4' di lettura

Il Vangelo di questa domenica ci riporta alcuni passaggi del discorso che Gesù pronuncia dopo aver trascorso la notte in preghiera e dopo aver chiamato i dodici ad essere suoi apostoli. Vuole trasmettere quale è il vero molo del maestro e quello del discepolo. Il ‘comandamento’ di 6,36 («Siate misericordiosi, come il Padre vosuo è misericordioso»), sintesi di tutto il discorso sulla misericordia, è l’unica strada ‘maestra’ per la salvezza. Contro facili deviazioni viene ora confermata con una serie di similitudini. Chi insegna diversamente è una guida cieca, un falso maestro; chi agisce diversamente, criticando il male altrui e non vedendo il proprio, è un ipocrita. La sua è una parola rivolta in primo luogo a chi ha una responsabilità nella comunità e si considera padrone della verità, superiore agli alui. Per questo motivo è guida cieca. Seguono poi alcune considerazioni che Gesù fa sulla figura del maestro e di conseguenza di quella del discepolo. Afferma che «Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro». Gesù è il Maesuo che non impartisce lezioni, ma vive con i suoi discepoli. La materia del suo insegnamento è lui stesso, la sua testimonianza di vita, il suo modo di vivere le cose che insegna. Il discepolo è chiamato a vivere secondo il Vangelo e, pertanto, deve preoccuparsi, prima di tutto, della rettitudine della propria anima, se desidera aiutare il suo prossimo avivere secondo il Vangelo. Mettere i propri piedi sulle orme di Cristo è indispensabile per avere una chiara conoscenza delle proprie carenze e fare in modo che ai discorsi corrisponda una coerenza di vita vissuta. Se manca questa coerenza le parole dei nostri discorsi sono prive di forza e inconsistenti, non portano frutto o addirittura portano frutti cattivi. Le parole di Gesù ci dicono di non essere duri nel giudicare i nostri fratelli; ci invitano a non guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello, dimenticando che nel nostro c’è una trave, che inevitabilmente ci porta a giudicare in base a criteri deformati dall’egoismo e dall’ignoranza,che ci porta a produrre solamente frutti cattivi.Nell’uomo misericordioso invece, che dal suo cuore trae fùori il bene, la carità che non ha maifine. La nostra fede è feconda se coltiviamo parole e gesti di speranza, la passione per il bene possibile, per l’amore possibile, la buona politica possibile, una ‘casa comune’ dove sia possibile vivere meglio per tutti. La nostra vita è feconda quando ha cuore. Gesù porta a compimento la religione antica su due direttrici: la persona, che viene prima della legge, e poi il cuore, delle motivazioni profonde, delle radici buone. Accade come per gli alberi: l’albero buono non produce frutti guasti. Gesù ci porta alla scuola della sapienza della natura: gli alberi, la natura intera, mostrano come non si viva in funzione di sé stessi ma al servizio delle creature. Con parole dure e forti Gesù ci invita a gettare via le nostre maschere; non vuole che l’uomo diventi un attore nella bontà, nell’amore, nella ricerca del bene. Lui ama che l’uomo sia vero nella sua vita di fede e nella vita concreta. Gesù non ha fatto finta di amare, ma è anivato a perdere tutto pur di mostrare la verità dell’amoredi Dio in lui. Il Signore ci invita a guardarci dentro e scoprire che abbiamo la sua forza di amore che ci può rendere grandi e capaci di frutti buoni. E la stessa cosa la possiamo vedere anche nei nostri fratelli, anche in coloro che giudicavamo solo sbagliati e negativi. Non mettiamoci dunque maschere che ci rendono falsi e non gettiamo maschere del pregiudizio anche sul prossimo, ma come discepoli veri di Gesù, sempre alla scuola del suo Vangelo, impariamo a essere veri e capaci di amare, nonostante tutto. Togliamoci le maschere che coprono gli occhi e togliamo le travi che ci accecano e facciamoci guidare dalla luce del Vangelo, riconoscendo che senza quella luce siamo solo ciechi che vorrebbero guidare alui ciechi. © riproduzione riservata

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