I funerali di Giannetto Mariani

«Ho imparato più dalla malattia che da tanti libri che ho studiato»: è questo il messaggio che Giannetto Mariani, ha affidato a don Francesco Carmelo Mariani e che il parroco di San Giuseppe ha rilanciato sabato 4 marzo 2017 durante i funerali del medico morto il 2 marzo. Nella messa celebrata dal fratello dello scomparso, don Francesco Mario Mariani insieme a una trentina di sacerdoti della diocesi, è stata pronunciata più volte la parola grazie. Ringraziamento riassunto in conclusione a nome della famiglia da parte di don Pietro Puggioni, compaesano orunese e amico personale di Giannetto Mariani, che ha sottolineato come da lui da sacerdote ha imparato a guardare all’uomo non solo con gli strumenti della teologia ma anche con quelli della scienza. Sintesi perfetta dell’omelia di don Francesco Carmelo Mariani: «Il salmo 85, che abbiamo appena ascoltato – ha esordito il parroco di San Giuseppe – descrive bene l’ultima stagione terrena del nostro fratello Giannetto. Sembra di sentirlo dire, nel suo letto di grandi dolori: “Signore, tendi l’orecchio, rispondimi. Tendi a me l’orecchio, come fa una madre con il suo bambino; ascolta il grido del mio dolore; rispondimi. Perché io sono povero e misero”. Questa è la condizione dell’uomo. Non tanto perché privati di beni materiali ma perché incapaci di dare risposta ai tanti perché, agli interrogativi che ci portiamo nella mente e nel cuore. Siamo poveri, ossia incapaci di dominare il tempo che passa: il passato non c’è più, il futuro non ci appartiene, il presente ci sfugge senza che riusciamo a trattenerlo. Proprio mercoledì scorso, durante l’imposizione delle ceneri, ci è stato ripetuto “ricordati che sei polvere ed in polvere ritornerai”. Ci è stata richiamata la verità del nostro fragile pellegrinaggio su questa terra.
«Custodiscimi, salva il tuo servo che in te confida. La preghiera è questa supplica rivolta a Colui che solo può confortarci nell’afflizione. Ma cosa vuol dire il conforto di Dio?», si è chiesto don Mariani cercando una risposta ripetendo «alcune considerazioni fattemi da Giannetto in questi ultimissimi tempi, tanto da dettare lui questa omelia: “Ho imparato più dalla malattia che dai tanti libri che ho studiato. Sembra impossibile ma è così. Provo in me una serenità mai provata prima. Vedo una luce meravigliosa, come una risposta ai miei tanti perché. La malattia ha reso più forte la mia fede, la fede di noi tutti: ora capisco cosa vuol dire essere nelle mani di Dio. Sto andando da Lui, anzi è Lui che sta venendo da me e di questo sono contento. Ho una moglie ed una famiglia splendida, non lo dimenticherò mai, eppure intravvedo qualcosa di più grande. Dire queste cose, prima mi sembrava impossibile ora le trovo normali”.
Che bella testimonianza», ha continuato il parroco di San Giuseppe durante l’omelia funebre per Giannetto Mariani: «Solo un uomo raggiunto dalla Grazia può dire queste cose con assoluta tranquillità. Solo la Grazia, ossia la presenza di Cristo operante nella nostra vita, può sostenerci così nell’ora dell’ultima prova, nell’ora in cui il dolore diventa preghiera.
Di interrogativi e di perché Giannetto ne aveva tanti. Perché mia mamma Mariangela è morta quando aveva ancora la vita davanti? Perché Maria Lucia non è guarita? Perché Simeon… Ma a quest’ultima domanda aveva trovato la risposta attesa da tempo. La sua grande intelligenza, mai ostentata, era una continua ricerca del come la ragione incontri la fede e di cosa c’entri la fede con i meccanismi della mente umana. Credente e praticante lo è sempre stato. Sin da piccolo è cresciuto in una famiglia dove il cristianesimo era pane quotidiano. Mi ha anche preparato a fare il chierichetto quando la messa era ancora in latino. Da laico cristiano si è impegnato culturalmente e socialmente prima ancora che sul piano politico. Diciamo anche che era ipersensibile alla dimensione etica in tutte le sue declinazioni: pertanto il malato veniva prima delle comodità del medico; se c’era da fare un sacrificio lo faceva lui prima di chiederlo agli altri; l’ascolto delle persone non era in funzione di quanto esse spendevano; dal mandato politico non ha tratto vantaggi privati; aveva a cuore la sostanza e non le apparenze; cercava con tutti di mantenere l’amore ed il buon umore; era umile e quindi capace di gratitudine».
Citando ancora il salmo 85 (“Rallegra la vita del tuo servo, perché a Te, Signore, rivolgo l’anima mia”») don Francesco Carmelo Mariani ha sottolineato che «Nessuna croce è piacevole, altrimenti non si chiamerebbe croce. La croce è sofferenza, è prova, privazione, è tutto ciò che è contrario ai tuoi desideri. Ecco, il Signore ci chiede di prenderla per amor suo e di portarla per amor suo. L’amore infatti ha la caratteristica di rendere dolce ogni amarezza e ogni dolore. Il rinnegare se stesso significa rinnegare il tuo sentire e la tua volontà, vuol dire che siamo chiamati ad immolare sull’altare del sacrificio. Nella vita di Giannetto vi sono state grandi gioie ed anche grandi dolori. In entrambi i casi aveva la certezza che “senza di Te non possiamo fare nulla”. Per rinnovare questa certezza veniva a messa fino all’ultimo, anche quando gli creava sofferenza lo stare in piedi o seduto. Negli ultimi due mesi la celebrazione eucaristica l’ha fatta a casa sua e in ospedale. Lui era l’ostia; il vino era l’amore da cui era circondato; Gesù ha con lui ripercorso la sua passione e resurrezione. Forse non è un caso, se l’ultima, o una delle ultime, parole di Giannetto, nelle letto della sua agonia, sono state: “Ho sete”. Quanta similitudine con la passione di Cristo.
Lui ha rallegrato la vita di tanti, ha operato per la pace e non per le discordie. Ora riceve il giusto premio che spetta a ha chi ha combattuto la buona battaglia, ha conservato la fede e finito la corsa. Proseguiamo la celebrazione-ha concluso don Francesco Carmelo Mariani – fiduciosi che le nostre preghiere sono unite alle sue. Nel ringraziare il Signore per avercelo dato preghiamo per la sua famiglia, per i suoi fratelli e sorelle, per i suoi parenti, affinché sia loro data salute, serenità e letizia».