Fronte del Covid

Le immagini delle ambulanze in fila davanti al Pronto soccorso dell’ospedale San Francesco sono da giorni di dominio pubblico come pure un’altra, quella dei sindaci del territorio in fila per un sitin di protesta silenziosa davanti al nosocomio nuorese. Le immagini di per sé sono potenti, parlano, ma non sempre riescono a dare voce ai protagonisti. Dentro quelle ambulanze in fila, provenienti dalla città e da tutti i paesi dell’interno, ci sono le storie di volontari e di persone ammalate che condividono uno stesso destino.

Orgosolo
«Un paziente con problemi respiratori, preso in carico da un’ambulanza medicalizzata – ci racconta una volontaria della Croce Verde Orgosolo – è arrivato al mattino di domenica scorsa al pronto soccorso di Nuoro.
Nella notte il paziente ha avuto febbre, l’ossigeno gli è stato somministrato dai mezzi, nel frattempo altre tre ambulanze lo hanno preso a bordo fino alla sera del lunedì. Alle sette della sera il medico del pronto soccorso ha consigliato trattamento domiciliare con ossigeno, tutt’ora la persona ha bisogno di ossigeno ».
Questa è una storia esemplare, non è l’unica. Le ambulanze sostituiscono di fatto i letti che mancano al Pronto soccorso. «Sappiamo quando inizia il nostro intervento – prosegue la volontaria di Orgosolo – non sappiamo quando finisce. In dieci giorni abbiamo effettuato gli interventi che normalmente facciamo in un mese».
Altre difficoltà sono legate al fatto che ogni intervento è ormai da trattare come sospetto Covid, circostanza che ne dilata i tempi dovendo aggiungersi, rispetto al normale, quelli necessari per la preparazione, bardatura, sanificazione al rientro in sede. «In paese – ci dicono ancora da Orgosolo – rischiamo di non avere più volontari, i datori di lavoro non sempre sono inclini ad accettare questo impegno che influisce sul quotidiano, molti sono portati a rinunciare ai turni. Questo senza considerare le persone in quarantena o in isolamento perché contagiate o sospette. Abbiamo difficoltà con le scorte di ossigeno, i dispositivi di protezione hanno costi sempre più alti, fortunatamente l’Areus è intervenuto nelle forniture. Per noi – conclude la volontaria della Croce Verde Orgosolo – è un investimento notevole e non tutto viene rimborsato.
L’associazione cerca di dare sempre il massimo, il volontariato si fa con il cuore, senza scopo di lucro ma stiamo lottando, è dura».

Oliena

Anche per l’Aso Oliena – come ci conferma Mattia Sanna, consigliere e direttore dei servizi – la situazione è preoccupante: «L’intensità dei trasporti è aumentata, passando da 1 a 4-5 ogni giorno, legati direttamente o indirettamente al Covid. Il problema – afferma Sanna – è la diffusione del contagio, i dati sono in realtà sottostimati, c’è almeno un 40% di sommerso. Come altri volontari hanno denunciato, «è inaccettabile che un equipaggio faccia 6 o 7 ore di intervento senza poter far altro e con il rischio di lasciare il proprio paese o la propria zona di competenza scoperti. Quello che manca – secondo Sanna – è l’assistenza sul territorio, non è periodo di annunci ma di interventi concreti.
Gli operatori sono in grande difficoltà e a farne le spese sono i pazienti ». Ma nelle parole di Sanna, che oltre a far parte di Aso è anche consigliere di minoranza in Comune, c’è anche il riconoscimento del lavoro dell’amministrazione e la coesione nel territorio. «Il Comune – che da pochi giorni ha deciso di chiudere il paese – sta operando con il massimo impegno e con dialogo costante sia con la minoranza che con il tessuto associativo del paese. Gli uffici stanno lavorando in maniera encomiabile».

Dorgali

Triplicati sono anche gli interventi della Croce Verde Dorgali – come conferma Jonathan Piras – e ogni giorno ci sono difficoltà in Pronto soccorso per le ore di attesa. «Non sempre è semplice coprire i turni, facciamo fronte all’emergenza e cerchiamo il modo migliore per uscirne. Siamo sempre aperti ad accogliere nuovi volontari».

Orune

«Qui la situazione è quella di una “zona rossa” – affermano i volontari della Croce Verde Orune –, molte persone in quarantena in attesa di tamponi che non arrivano, gente chiusa in casa in attesa di esiti di tamponi fatti una settimana prima, senza certificati medici per poter rientrare al lavoro, gente separata dalla famiglia.
C’è molta rabbia, soprattutto quando si negano gli affetti familiari e c’è un disagio psichico forte. A Nuoro – racconta una volontaria orunese – abbiamo sostituito un equipaggio che era lì da 12 ore, abbiamo accolto nel nostro mezzo un anziano e non si sapeva che terapie dovesse fare. Noi sappiamo come trasportare ma stare da 5 a 12 ore in turno genera panico. Quell’esperienza mi ha fatto paura – confida –, non tanto per la malattia ma per il senso di abbandono. In più di una occasione è successo che mezzi di Orune, Bitti e Lula stazionassero contemporaneamente al Pronto soccorso di Nuoro, non è possibile, non si può lasciare un territorio così vasto sguarnito».

Bitti

Lo conferma anche Quirico Beccu della cooperativa Bitti Soccorso: «Ho chiesto alla centrale operativa che i turni non superino le 5 ore, abbiamo la necessità che i paesi non restino scoperti, peggio sarebbero le morti “collaterali”. La comunità di Bitti si è dimostrata sensibile, quando siamo stati in difficoltà ci hanno aiutato, penso ai comitati che non hanno potuto organizzare le feste e che hanno donato diversi fondi per tute, guanti e mascherine i cui costi sono decuplicati. Ci hanno consentito di non andare in perdita».

Baronia

Giacinto Congiu, responsabile dell’associazione Budoni Soccorso, riconosce come i volontari siano arrivati «impreparati a gestire una situazione come quella che si è creata. Riceviamo tante chiamate e gli ospedali sono in crisi, altre patologie passano in secondo piano. Normalmente usciamo tanto – racconta Congiu ricostruendo l’andamento di quest’ultimo anno –, nella prima ondata di Covid gli interventi sono calati, poi è arrivata un’estate infernale tra turisti e accessi vari, ora una nuova riduzione delle chiamate perché dalle nostre zone hanno capito che recarsi in Pronto soccorso è pericoloso ». Budoni soccorso ha due postazioni, una base a Budoni e una a Siniscola e opera sui Pronto soccorso del Giovanni Paolo II di Olbia e del San Francesco di Nuoro, «entrambi – riconosce – sono in tilt. Giorni fa una nostra ambulanza, utilizzata come posto letto, è stata ferma per otto ore con un paziente positivo a bordo. Ci si aiuta l’uno con l’altro, siamo tutti in prima linea».
Con partenza da Lodè e coprendo il territorio anche di Torpè e Posada, opera l’associazione di Siniscola La Fenice. Come spiega GianluigiTodde «a Lodè il paese è collaborante e il contagio è gestito in maniera eccellente.Lavoriamo con due ambulanze e altri mezzi, ricordiamo che le altre patologie non sono scomparse, ma abbiamo un carico di lavoro enorme. Ci sentiamo un po’ soli, c’è un esercito della salvezza che fa ma è lasciato impreparato e si rischia, improvvisando, di causare danni secondari. Occorre per questo – suggerisce Farris – istruire le persone perché le cose vengano fatte con coscienza. Il riferimento è anche alla gestione degli asintomatici nelle case dove le persone agiscono in buona fede ma spesso per mancanza di conoscenza finiscono per diffondere il contagio. Mi batto – conclude – perché anche a Torpè venga attivata un’altra postazione per disimpegnare e coprire il territorio. Quando parte una ambulanza da Lodè l’intervento dura almeno tre ore, e se nello stesso lasso di tempo c’è da soccorrere un attacco cardiaco si rischia di non intervenire all’interno della cosiddetta ora d’oro».

NUORO

VOS, Nunzio Burrai: «Responsabilità politiche»

«Viviamo una esperienza negativa – afferma Nunzio Burrai del Vos – si capiva sarebbe andata così. Spesso si parte per l’intervento e una volta al Pronto soccorso l’ambulanza viene“sequestrata”e ospedalizzata, in più la struttura del San Francesco non è idonea. Come non è idoneo il gabbiotto del Pronto soccorso in cui i volontari devono cambiarsi e sanificarsi». In città il rapporto con le altre associazioni «è collaborativo, ci chiedonoconsiglio, noi abbiamo trent’anni di esperienza».Sulla attuale situazione, secondo il presidentedel Vos – «purtroppo pesano le responsabilità della politica: perché Nuoro non è in grado di aprire l’ospedale da campo? Non vedo spiragli conclude Burrai -, anche la popolazione non collabora per contenere il contagio e l’età dei contagiati si abbassa ai sessantenni e ai cinquantenni».

Volontari don Bosco, una voce fuori dal coro

Chi non si vuole unire al coro delle lamentele è Elisabetta Demontis, dell’associazione Volontaridon Bosco. «Facciamo il nostro servizio condisponibilità e umanità – afferma –, chi fa emergenza sa a quali rischi va incontro, non bisogna lamentarsi né gettare benzina sul fuoco anche perché al Pronto soccorso ci sono medici che si impegnano al massimo. Mi dispiace che si debba aspettare ma lo si fa tranquillamente,serve però una maggiore organizzazione – insiste – tra presidenti delle associazioni in modo da poter lasciare il paziente in una ambulanza senza spostarlo ma cambiando equipaggio ed evitando di far uscire altri mezzi. Da parte nostra – conclude – proseguiamo nel servizio che prevede anche il trasporto disabili e dializzati e l’assistenza domiciliare».

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La foto in alto è di Gigi Olla