Francesco Abate, giallo nella Cagliari della “belle epoque”

Alla realizzazione delle finalità di un’opera letteraria in genere e, in modo particolare, di quelle di un romanzo, contribuisce in larga parte chi si dedica alla sua lettura.
Il raggiungimento di tali finalità appare come il risultato di una collaborazione tacita ma alquanto fruttuosa: quella, appunto, che intercorre tra l’autore e colui che legge il romanzo. Chissà quanti sono, anche tra i lettori sardi, quelli che nei libri di Francesco Abate trovano motivi di piacevole intrattenimento, di riflessione o addirittura di ispirazione per ciò che questo autore ha da raccontare.
Molti, crediamo, una miriade. Giornalista, classe 1964, romanziere da più parti definito “metropolitano”, fin dai suoi esordi Francesco Abate si presenta ai lettori come uno dei paladini della “cagliaritanità”, come uno di quegli scrittori le cui opere hanno spesso contribuito a creare un profilo identitario tutto sardo celebrando una Sardegna e una sardità diverse rispetto a quelle rappresentate da altri e da generazioni di narratori precedenti alla sua. È cifra letteraria particolarissima, quella di Abate. La sua scrittura è leggera, ironica, disincantata, poco incline al lirismo e istintiva, avvincente quanto può esserlo la quotidianità sofferta di certi protagonisti o il racconto di esistenze che molti tra i personaggi dei suoi libri trascorrono alle prese con tutte le sfibranti e amare possibili contingenze del momento. La sua prosa può presentare riflessi malinconici ma è spesso arricchita da irridenti ( beffulanas, si direbbe qui da noi) espressioni gergali e in lingua tipiche della parlata cagliaritana che si caratterizza, scrive lo stesso Abate inChiedo scusa, suo romanzo del 2010, per il suo accento «scardinato, raddoppiato nelle consonanti e strascicato nelle vocali, come solo i miei concittadini e nessun altro nell’isola».
L’ultimo libro di Abate si intitola I delitti della salina (290 pp., 18 euro, Einaudi Stile libero Big, Torino 2020) e mantiene certe caratteristiche linguistiche e stilistiche della sua scrittura. Nel libro Abate sposta le lancette del tempo indietro di un secolo e oltre.
Sullo sfondo una città, Cagliari appunto, appena entrata nell’agone della modernità e alle prese con i primi focolai del socialismo operaio e anarchici: nella ricostruzione storica fatta dall’autore la capitale dei sardi viene abbracciata nella sua interezza e le vicende del romanzo si svolgono in luoghi che vanno dalle saline al Bagno penale, dal bordello al teatro dell’opera, dalla manifattura dei tabacchi alla spiaggia del Poetto. Protagonista assoluta di questa storia inconsueta, Clara Simon, donna coraggiosa, fortemente decisa e a tratti ostinata nell’agire, si spende concretamente per i meno fortunati in una città in subbuglio che si prepara a manifestazioni contestatarie.
I personaggi che le stanno intorno, Sarrana (Maria Boi, sigaraia), Ottavio Simon (suo nonno), i dottori Callisto Rombi e Paola Molinas, il giornalista Ugo Fassberger, l’ufficiale dell’arma dei carabinieri Rodolfo Saporito, Gregorio Moro detto Africo, Chicchirichì, Maria Vittoria Dessy Pinna, Roberto Cappai Pinna, e così via, ci pare di vederli: ognuno di essi si muove in una atmosfera densa e oscura che è poco definire inquietante, tali e tanti sono i segreti terribili che nasconde.
Da leggere tutto d’un fiato.

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