Figli della luce

L’uomo è sempre stato affascinato dalla luce nei suoi molteplici risvolti, fisici e spirituali. Essa costituisce la fonte della vita così come le tenebre e il buio sono sinonimo di morte e di impotenza. Sia la luce che le tenebre esprimono simbolicamente la condizione umana nelle sue innumerevoli contraddizioni.
La liturgia di questa domenica di Quaresima ci pone dinanzi a questa contrapposizione fra luce e le tenebre e ne evidenzia le incidenze nella nostra vita quotidiana. La Colletta della Messa ci dona la chiave interpretativa per meditare e rendere concreto nell’agire di ogni giorno quanto la Parola di Dio ci dona. Dobbiamo, alla luce dello Spirito Santo, aprire il nostro cuore ad accogliere la grazia che il Signore ci ha donato, chiamandoci attraverso il Battesimo, a ricevere quell’unzione regale che ci rende suoi figli e ci dona la fede. Dio, come ha scelto Davide, così sceglie ognuno di noi per essere partecipi, con Cristo, della storia della salvezza e questo non per i nostri meriti, ma per amore verso di noi. Così da poter fare nostre le parole del salmo responsoriale: «Il Signore è il mio pastore… mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome…».
La vita, infatti, è un cammino che ci porta all’incontro con Dio, ma per camminare abbiamo bisogno di vedere dove indirizzare i nostri passi, abbiamo bisogno della luce. Dio ci ha donato questa luce attraverso il mistero dell’incarnazione: Gesù suo Figlio! Egli di sé dice: «Io sono la luce del mondo, chi segue me, avrà la luce della vita!». A noi, consacrati nel Battesimo, è donata questa luce che è Gesù; nella sua Persona e nelle parole del Vangelo. Tanto che i cristiani nell’antichità venivano chiamati anche “illuminati”, perché dovevano camminare alla luce di Cristo, per potere, come dobbiamo noi, giungere a quella vera libertà di figli che ci porta, attraverso l’obbedienza al Vangelo, alla nostra piena realizzazione nella comunione d’amore con Dio.
Egli ci ha creati liberi, a sua immagine, e la Parola di oggi mette bene in evidenza come sia sempre Dio, con somma libertà, a prendere l’iniziativa nella storia della salvezza. Ciò avviene nella scelta di Davide, il più piccolo tra i suoi fratelli, sia per il cieco nato. Questi non chiede nulla, è Gesù
che lo guarisce e lo fa rinascere alla luce degli occhi e a quella del cuore, mediante la fede. Nel cieco nato ciascuno di noi può vedere se stesso. A volte non riconosciamo la nostra dignità di figli amati e rimaniamo muti e ciechi davanti alle complessità e alle contraddizioni della vita. Non riusciamo a vedere l’azione misericordiosa di Dio nelle vicende di ogni giorno, che ci chiama ad una fede più vera e coerente e ad un amore fattivo. Semplicemente rifiutiamo di vedere, chiudendoci nell’egoismo e nell’isolamento, ma rimanendo sempre, coscienti o no, dei mendicanti di gioia e di amore. Gli avvenimenti di quest’ultimo periodo possono essere uno specchio per noi.
Il cieco, alla fine, dopo essere stato oggetto di interrogatori e di rifiuti, si è trovato solo, e qui, giunge ad una confessione piena della divinità di Gesù, di fronte ai suoi oppositori mettendone in luce la loro durezza. Questo fratello diviene così per noi un modello di percorso: dal buio che avvolge il cuore e le realtà che lo circondano, sa giungere alla luce piena della fede. Un cammino sofferto, il suo, come lo è spesso anche il nostro, ma questo non ci deve scoraggiare, ma anzi animarci a vivere con fiducia, gioia e riconoscenza la nostra vocazione cristiana. «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore, comportatevi come figli della luce», ci ricorda San Paolo.

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