Eutanasia e suicidi, tragedia e commedia

Non capisco. Sulla stampa isolana e nazionale si esulta perché sta per essere legalizzata l’eutanasia, la dolce (supposto che esista) morte assistita e contornata da procedure sanitarie. Un ospedale, tutti gli ospedali sono nati per venire incontro alla vita non per toglierla. Sono nati, nella stragrande maggioranza, nel terreno coltivato da cattolici, n per assistere e curare i malati, non per eliminarli. Per salvare la vita dei sofferenti, dei lebbrosi padre Damiano de Veuster ha sacrificato se stesso a Molokai; San Luigi Gonzaga è morto assistendo i malati di peste come tanti altri di manzoniana memoria; San Giovanni di Dio (al secolo Juan Ciudad) da pazzo come era considerato, ha realizzato le strutture sanitarie antesignane dei nostri odierni ospedali. C’è una schiera innumerevole di beati, santi, persone semplicemente dal cuore cattolico, medici ed infermieri che hanno dato la loro vita per accompagnare, salvare, custodire fino all’ultimo respiro quella di altri.
Negli stessi mezzi di comunicazione oggi leggiamo e ascoltiamo parole e lacrime di coccodrillo per chi si suicida, per chi la morte se la dà senza scomodare medici e quant’altro. Tragico gesto che segna per sempre chi rimane sulla terra prima ancora per chi l’ha fatto. Di mezzo ci sono amore, affetti, amicizie, rimpianti, nostalgie, dei perché senza risposta. Nessuno può leggere il cuore e la mente di chi pone fine alla propria esistenza senza chiedere complicità alcuna. Restano i nostri perché, i nostri drammatici interrogativi che dovrebbero essere intimi e invece diventano pubblici.
Secondo l’indagine sulle “cause di morte” dell’Istat, in Italia, sono circa 4 mila persone che ogni anno muoiono di paura, si ammazzano di antidepressivi ed altro.
Nella mia breve esperienza di parroco a San Giuseppe, a Nuoro, mi sono occupato, con immenso strazio, di circa venti suicidi, cifra non da poco. Uno richiamava l’altro. Dolore immenso. Ancora oggi li ricordo ogni giorno quando celebro la Messa. Fenomeno imitativo a mille, “ca canno suzzedet non resta solu”.
Cosa vogliamo fare? Sostenere e comprometterci con le ragioni della vita oppure occhieggiare a chi aiuta a toglierla?Domanda che riguarda il nostro vivere quotidiano ed il saper discernere il reale dal raccontato immaginario. Tragedia da non ridurre in commedia.

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